Imelda May – Recensione: Mayhem

Reduce dal successo di critica, ma non solo, raccolto con “Love Tattoo”, Imelda May irrompe con il nuovo “Mayhem”. Il 2011 potrebbe consacrare questa nuova regina del rockabilly al grande pubblico, visto anche l’interesse mostrato di recente dai media che contano verso il genere, oltre al supporto, fondamentale, della Universal che può garantirle il salto definitivo. Le attillatissime longuette che la vestono rappresentano un’attrattiva, che non sfugge, ad un pubblico affascinato dall’iconografia rock’n’roll degli anni ’50. Nella May scorre sangue irlandese e ciò, a volte, si rispecchia nella sua musica, le sue radici la portano a ‘contaminare’ il rockabilly con il country, genere che gli immigrati irlandesi esportarono negli States, insieme al folk ed i canti popolari, durante le immigrazioni verso la terra promessa.

Se la chitarra tende ad essere fin troppo timida, la sezione fiati di “Mayhem” gioca un ruolo rilevante ed importante, amalgamata con la voce pastosa di Imelda trasforma il sound in una soluzione sensuale irresistibile. Nel complesso l’album scorre piacevolmente, senza particolari picchi se non per l’ennesima, riuscita (!), versione di “Tainted Love” resa celebre dai Soft Cell nei primi anni ’80.

Charming

Voto recensore
7
Etichetta: Universal UK

Anno: 2010

Tracklist:

01. Pulling The Rug
02. Psycho
03. Mayhem
04. Kentish Town Waltz
05. All For You
06. Eternity
07. Inside Out
08. Proud And Humble
09. Sneaky Freak
10. Bury My Troubles
11. Too Sad To Cry
12. I’m Alive
13. Let Me Out
14. Tainted Love
15. Johnny Got A Boom Boom


Sito Web: www.imeldamay.co.uk

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Mayhem: Live Report della data di Roma

Grande attesa per la calata italica dei MayheM, un’ attesa accompagnata da un clima degno della loro patria di provenienza e alquanto atipico per la primavera capitolina: una pioggia battente ha infatti accompagnato la lunga attesa per l’apertura dei cancelli dell’Alpheus, protrattasi ben oltre l’orario di apertura comunicato. Ciononostante, alla fine le porte del locale si sono aperte e una folla decisamente monocromatica, per quanto innegabilmente variopinta, ha preso parte a quello che possiamo definire alla stregua di un vero e proprio happening mondano, segno inequivocabile della popolarità della band norvegese in Italia.

Aprono la serata i Darkshine, da Cosenza, giovane formazione dedita a sonorità a cavallo tra black e gothic, che purtroppo perdiamo a causa della fila all’ingresso del locale, e seguono poi i giapponesi Defiled e i norvegesi Cadaver: poco convincente il death dei primi, penalizzato anche da volumi deficitari, mentre la situazione è andata leggermente meglio per i connazionali degli headliner, ma in ogni caso le prime file sembrano comunque apprezzare il risultato.

Dopo un’estenuante sound-check di circa mezzora, finalmente la band sale sul palco e l’apertura viene affidata proprio all’opener di ‘Chimera’, ‘Whore’, che da subito coinvolge i presenti, pur penalizzata da suoni non ancora all’altezza: i MayheM, supportati da un secondo chitarrista in sede live, si presentano con Maniac avvolto da una tunica, per un effetto decisamente carismatico, e una scenografia essenziale ma efficace.

Ottima la scaletta che bilancia sapientemente l’ultimo materiale con i grandi classici della band, privilegiando, come è giusto che sia, il materiale che ha visto proprio Maniac alla voce, includendo per l’appunto numerosi estratti da ‘Deathcrush’, che hanno accentuato ancor di più dal vivo la loro innegabile componente punk, da ‘Wolf’s Lair Abyss’ e da ‘Grand Declaration Of War’, corredate dalle famose/famigerate vocals declamate, invero efficaci; da sottolineare inoltre l’azzeccato supporto alle backing vocals di Blasphemer e la oramai consolidata bravura di un Hellhammer semplicemente disumano.

Il momento piu’ acclamato dalla serata coincide ovviamente con l’esecuzione di ‘Freezing Moon’, unico estratto assieme a ‘Pagan Fears’ dal ‘De Mysteriis Dom Sathanas’, accolta da una vera e propria ovazione dei presenti; rapido infine il bis, affidato a ‘Pure Fucking Armageddon’ e ‘A Time To Die’, per una serata decisamente convincente e chiusa da un Tom Jones d’annata con ‘It’s Not Unusual’, spiazzante quanto geniale conclusione di una serata sì stancante (il concerto è terminato verso le due di notte), ma sicuramente soddisfacente.

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