Mayan – Recensione: Dhyana

Terzo album per la symphonic death metal band capitanata da Mark Jansen, e terzo bersaglio colpito nel centro. A questo giro il gruppo ha anche messo in moto un’operazione di raccolta fondi allo scopo di utilizzare per l’album l’accompagnamento di una vera orchestra, scegliendo molto opportunamente la City Philarmonic Orchestra di Praga (già nota a noi metalheads per aver partecipato al magistrale “Death Cult Armageddon” dei Dimmu Borgir).

Come si poteva prevedere il risultato è stato un ulteriore upgrade delle parti sinfoniche che suonano su questo “Dhyana” in modo assolutamente magnifico, regalando ancora maggiore profondità a composizioni che già di loro sono veramente ben strutturate e accattivanti.

Inquadrare la proposta dei Mayan in uno stile ben preciso non è per nulla facile e in ogni caso si finirebbe per sbagliare. Quasi ogni canzone contenuta in “Dhyana” è infatti esecuzione corale che contiene momenti di pura aggressività (e anche mera brutalità), parti melodiche e passaggi di vera e propria musica classica, incastonati con grande maestria all’interno di uno scheletro che solo raramente si allontana in modo esplicito dalla musica heavy; ma anche un costante alternarsi di interpreti vocali radicalmente diversi.

È questo uno degli aspetti che più mi ha colpito del lavoro di composizione, perché non si tratta solo di avere ospiti differenti nel ruolo di vocalist, come accade spesso in molte opere rock/metal, ma di far convivere con una certa continuità, in una sequenza dall’intento accostabile ad una narrazione, stili vocali totalmente distanti, sfruttando in modo perfetto tutte le potenzialità del contrasto armonico che viene naturalmente a crearsi tra cantato pulito metal, growling e stile lirico operistico.

Descrivere momento per momento, passaggio per passaggio richiederebbe una recensione più lunga del tempo necessario ad ascoltare il disco, quindi soprassiedo volentieri a tale impraticabile compito, ma giusto per farvi un’idea di massima vi consiglio di cominciare con la mirabolante e non-cartesiana “Tornado Of Thoughts – I Don’t Think Therefore I Am”, dove un incipit extreme symphonic metal viene curiosamente accompagnato da cori epici, ma ben presto si trasforma in quella che appare come una colonna sonora infernale, per poi mutarsi uovamente con fluidità in qualcosa di simil-progressive. Ed è questo uno dei brani più brevi e diretti del lotto.

Straordinario, per quanto riguarda i citati intrecci di vocalizzi sono invece “Rebirth Of Despair”, altro bell’esempio di come la sinfonia e il metal estremo possano convivere con assoluta musicalità, ma soprattutto la lunga e per nulla semplice da seguire “The Illusory Self”, dove praticamente ogni stile vocale possibile viene sfruttato nell’intreccio.

Non un album di facile assimilazione insomma, e chiaramente stiamo parlando di un polpettone stilistico che farà inorridire i puristi del metal di qualsiasi scuola e tradizione, ma se siete tra gli estimatori dell’evoluzione orchestrale e sinfonica che da metà degli anni novanta ha portata una ventata di novità nel metal, allora una band come i Mayan e un album come “Dhyana” sono il meglio che potevate chiedere a questa fine estate.

Voto recensore
8
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2018

Tracklist: 01. The Rhythm of Freedom 02. Tornado of Thoughts – I don’t think therefore I am 03. Saints Don’t Die 04. Dhyana 05. Rebirth from Despair 06. The Power Process 07. The Illusory Self 08. Satori 09. Maya – The Veil of Delusion 10. The Flaming Rage of God 11. Set Me Free

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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