Agalloch – Recensione: Marrow Of The Spirit

Dopo ben quattro anni di attesa tornano sulle scene gli Agalloch, band che non ha certo bisogno di molte presentazioni, dato l’ottimo riscontro delle ultime prove in studio, “The Mantle” (capolavoro acoustic/folk del 2002) e “Ashes Against The Grain” (grande lavoro di sintesi fra linguaggio metal e post-rock del 2006).

L’ultimo album della band di Portland, licenziato da Profound Lore Records, rappresenta un ulteriore tassello del loro percorso musicale, da sempre volto alla sintesi fra la componente sperimentale e di ricerca, e il lato più intimista e introspettivo.

Se, negli album precedenti, questo intento si compiva in scelte stilistiche ben precise,che viravano maggiormente verso il folk, piuttosto che verso il metal, “Marrow Of The Spirit” è caratterizzato da una maggior eterogeneità stilistica, incorporando i vari elementi che compongono il sound del gruppo, senza privilegiarne nessuno in modo assoluto.

Questa caratteristica ha un valore ambivalente, perchè se da un lato approfondisce e amplifica le potenzialità espressive dei brani, d’altra parte impedisce di raggiungere i picchi emozionali e di pathos che album più omogenei permettono. Si nota, in generale, un certo appesantimento del sound, più oscuro, violento e metallico, rispetto al recente passato, e più vicino, fatte le dovute proporzioni, all’universo black metal. Merito questo, anche del nuovo drummer, Aesop Dekker (in forze pure a Ludicra e Worm Ouroboros), che corona il suo debutto discografico negli Agalloch con una performance potente e ispirata.

Nel dettaglio ogni singolo brano fa come al solito storia a se, a iniziare dall’intro, “They Escaped the Weight of Darkness”, in cui sound ambientali si fondono con il bellissimo violoncello di Jackie Perez Gratz (Amber Asylum), che da spazio al furore black contenuto nella successiva “Into the Painted Grey”, davvero notevole nella sua feroce desolazione. La seguente “The Watcher’s Monolith” riprende il discorso maggiormente melodico e post-rock contenuto nell’album precedente, condensandone le tematiche attraverso un sapiente utilizzo dei momenti di creazione e rilascio della tensione emotiva.

“Black Lake Nidstång”, coi suoi oltre 17 minuti, rappresenta qualcosa di più di un semplice brano, quanto piuttosto un grande affresco, in cui momenti dilatati, acustici, sommessi, si alternato a parti decisamente più cariche, epiche e disperate. Sarebbe forse stato bene, per una maggiore fruibilità del brano, separarlo il tre differenti sezioni, come fatto in precedenza con “Our Fortress Is Burining” e  “She Painted Fire Across the Skyline”, ma si parla comunque di un brano notevole, davvero intenso, ispirato e per nulla prolisso.

Ottime chitarre in palm-muting effettato aprono e poi conducono “Ghosts of the Midwinter Fires”, ricordando, in un certo qual modo, lo stile tipico di the Edge degli U2. Il brano in questione rappresenta probabilmente il momento più accessibile del lavoro, in cui, fatta salva la carica emotiva che, parlando degli Agalloch, non viene mai meno, si nota un effettivo alleggerimento dell’impasto sonoro, in favore di una maggiore immediatezza comunicativa.

La conclusiva “To drown” cambia ancora le carte in tavola, col suo incedere soffocante e plumbeo, sorretto dalle partiture di violino, che conducono ai suoni ambientali dove il disco è iniziato, chiudendo il cerchio. “Marrow Of The Spirit” termina così, nell’arco di sei tracce, per oltre un’ora di musica intensa, emozionante, che evoca paesaggi desolati come l’artwork, e momenti di profonda introspezione.

Per quanto riguarda una valutazione globale, l’album ha dalla sua i grandi pregi compositivi e d’arrangiamento fin qui descritti, che come sempre riescono magicamente a trasmettere il panteismo e il naturalismo degli Agalloch, ma soffre di una produzione non sempre sufficientemente pulita, sebbene sia piacevole e interessante il feeling vintage delle apparecchiature analogiche utilizzate per la registrazione.

In conclusione “Marrow Of The Spirit” è forse inquadrabile come un (ottimo) lavoro di transizione, in cui gli Agalloch, forti del bagaglio di esperienza e conoscenza accomulato sinora, si preparano ad affrontare un’ulteriore ricerca futura, ancor più addentro a quel particolare feeling pagano e spirituale che da sempre gli è proprio, ma questo potrà essere detto solo in seguito. Al momento presente non resta che immergersi nelle profonde foreste interiori, dipinte musicalmente da questi grandissimi artisti, che non mancano mai di stupire con la loro capacità evocativa.

Voto recensore
9
Etichetta: Profound Lore

Anno: 2010

Tracklist:

01. They Escaped the Weight of Darkness

02. Into the Painted Grey

03. The Watcher's Monolith

04. Black Lake Nidstång

05. Ghosts of the Midwinter Fires

06. To Drown


Sito Web: http://www.facebook.com/AgallochOfficial

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