Manowar – Recensione: Kings Of Metal

“Kings Of Metal”, uscito nel 1988 per la Atlantic Records, viene considerato da una parte consistente della fan base dei Manowar come il loro capolavoro e non è un caso se infatti i musicisti statunitensi hanno deciso di tributare a questa release una nuova registrazione dopo aver fatto la stessa cosa anche con l’esordio “Battle Hymns” del 1982 (… ed in entrambi i casi va precisato che le versioni originali sono di gran lunga migliori).

Le dieci tracce (comprendendo anche la bonus track dell’edizione CD) che compongono questo album sono entrate di diritto nella storia dell’heavy metal con peso e motivazioni differenti.

Possiamo aggiungere, prima di entrare nel merito dei brani, che questa release continua il discorso iniziato con il precedente “Fighting The World” (1987) e di conseguenza siamo in una dimensione ancora più distante dalla rozza carica energica dei primi anni e ci avviciniamo ad una grandeur epica che i nostri svilupperanno ancor di più negli anni successivi.

In questo senso iniziamo col citare proprio “The Crown And The Ring (Lament Of The Kings)”, brano quasi operistico che i nostri registrano nella cattedrale di San Paul a Birminghan; sotto la direzione di Joey DeMaio (compositore e bassista) la voce inarrivabile di Eric Adams si erge sui cori maestosi della Royal Philarmonic Orchestra.

Sulla stessa linea epica ma ancor più ballad abbiamo “Heart Of Steel”, il lento per antonomasia, che Adams interpreta in modo sublime scuotendo i cuori degli ascoltatori fin dal primo passaggio sullo stereo; il brano diventa materia di leggenda grazie alle performance live in cui il singer si lancia in acuti al limite dell’umano.

La triade epica e gloriosa del disco viene chiusa dalla meravigliosa “Kingdom Come”, meno blasonata ma forse anche la migliore canzone delle tre fino ad ora citate. Il chitarrone grasso e potente di Ross The Boss fa da apripista ad un’interpretazione favolosa al microfono di Eric che non manca di inserire acuti strabilianti nel ritornello.

Nella release non mancano però l’energia, la potenza e la velocità del metal che vengono ben rappresentate dalle tre song più toste. In primis citiamo l’opener “Wheels Of Fire” che viene introdotta da rombo di motociclette e parte a folle velocità; probabilmente fino ad ora i Manowar non erano mai stati così veloci e Scott Columbus dona il meglio di sé in una carica prima di tregue.

Veloce e possente è anche la conclusiva “Blood Of The Kings” che inizia con l’irrompere della voce acuta e incredibile di Eric, amplificata da passaggi del basso di Joey De Maio e dalla chitarra di Ross The Boss, qui protagonisti; il pezzo ha il testo che snocciola uno dopo l’altro i titoli della canzoni del gruppo e si rivela un vero e proprio tributo ai fan di tutti i paesi “conquistati” dai “Kings of Metal”.

Per ultima, fra le song più dirompenti, citiamo l’immortale “Hail And Kill”, cavalcata dall’immane potenza che parte con un fraseggio fra Ross, Joey ed Eric di profonda calma che crea la giusta atmosfera per l’esplosione successiva in cui il drumming compatto di Scott si edifica gloria ed onore.

Stiamo però parlando dei Manowar e come sempre non può mancare il lato anthemico che fa parte del loro sound; in questo album abbiamo forse l’anthem per eccellenza, ossia “Kings Of Metal”, song divertente e piena di smargiassate nel testo che conoscono tutti i metallari che hanno avuto modo di vivere gli anni ’80.

Abbiamo poi la pietra dello scandalo, ossia “Pleasure Slave” (bonus track presente nella versione CD), brano di per sé decisamente noioso (che si apre con l’ansimare di donne lussuriose) il cui testo è dedicato alle groupies e che erroneamente da molti è stato considerato nel corso degli anni un pezzo sessista ed anche attaccato da gruppi di femministe.

Chiudiamo con due tracce storiche. La prima è l’assolo di basso “Sting Of The Bumblebee”, una sorta di cover del noto “Volo del calabrone” di Nikolai Rimsky-Korsakov; questo strumentale, in cui protagonista assoluto è il bassista Joey DeMaio, ha ispiratro ed avvicinato a questo strumento schiere infinite di giovani fan.

Abbiamo poi la narrazione “The Warriors Prayer” che funge da introduzione al pezzo conclusivo e descrive le basi nonché molti dei motti più noti del gruppo statunitensi.

Dopo “Kings Of Metal” i Manowar ottengono l’attenzione di tutti i metallari del mondo e da questo momento i “re del metal” faranno di loro ogni uscita un evento irrinunciabile, sia in positivo per i loro affezionati fan che in negativo per gli accaniti detrattori.

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Etichetta: Atlantic Records

Anno: 1988

Tracklist: 01. Wheels Of Fire 02. Kings Of Metal 03. Hearth Of Steel 04. Sting Of The Bumblebee 05. The Crown And The Ring (Lament Of The Kings) 06. Kingdom Come 07. Pleasure Slave (bonus track CD edition) 08. Hail And Kill 09. The Warriors Prayer 10. Blood Of The Kings
Sito Web: http://manowar.com/

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