Manowar – Recensione: Hail To England

“Hail To England” (luglio 1984), terzo lavoro dei Manowar, viene considerato da molti il capolavoro assoluto fra quelli partoriti dai Kings of Metal nella prima parte della carriera, ossia quella che va dal debutto “Battle Hymns” (1982) al furioso “Sign Of The Hammer” (ottobre 1984); parliamo quindi della fase più produttiva e barbara dei nostri, in cui le registrazioni non sono esattamente al top ma le emozioni ed il pathos trasmessi risultano di tal livello che difficilmente se ne può render giustizia scrivendo qualsiasi recensione.

La prima caratteristica che va sottolineata, per quanto riguarda questa release, è che le sette composizioni che fanno parte della tracklist superano non di molto i trenta minuti; l’album è quindi un concentrato assoluto di epic metal in cui è impossibile anche solo percepire la benché minima caduta di tono o leggerezza. Anche il pezzo che dovrebbe rappresentare il lato più commerciale, anthemico e “semplice” dei nostri, ossia “Army Of The Immortals”, song dedicata ai fan (che nel testo gronda rispetto e devozione), è dal punto di vista musicale ben lontano dallo stile di pezzi come “All Men Play On Ten” o “Metal Daze.” Il riff che regge il brano è infatti maestoso e sontuoso (ben reso dalla chitarra dell’incredibile Ross The Boss) ed arricchito dalla prova spettacolare del cantante Eric Adams.

L’altra traccia che potrebbe esser considerata un anthem, ossia la title-track, è in realtà una pietra miliare per tutto l’epic metal. La leggenda narra che l’album e la song siano nate in seguito alla cancellazione di un tour nel Regno Unito e quindi il testo si rivolge proprio ai fan inglesi così come la meravigliosa copertina (e tutto l’artwork), realizzato da un ispiratissimo Ken Landgraf, che raffigura il guerriero dei Manowar (non ancora senza volto) impugnare in un sanguinoso campo di battaglia la Union Jack. Dal punto di vista musicale si ascolta un uso ampio e spettacolare dei cori ed ancora un favoloso Adams mentre la ritmica sorregge egregiamente il pathos fino al ritornello.

Alcuni criticano l’assolo di basso di Joey DeMaio “Black Arrows” (con tanto di introduzione dello stesso musicista che metaforicamente scaglia i dardi della morte al cuore di chi suona il “falso metal”), ossia tre minuti di distorsione che non fa prigionieri; in realtà questa prova artistica, che per alcuni sfocia nella cacofonia, è la massima espressione di ciò che gli statunitensi rappresentano, ossia la ricerca personale e la composizione intesa come sintesi assoluta della propria volontà, scevra da qualsiasi ingerenza esterna.

A seguire ci imbattiamo nella suite conclusiva, “Bridge Of Death”, ossia quasi nove minuti di epic metal ai massimi livelli con una progressione emotiva da brividi che può esser superata in altre canzoni solo dagli stessi Manowar. Anche in questo caso la saggia e superlativa vena compositiva di DeMaio viene impreziosita dalla prova di Eric Adams che interpreta con vigore e trasporto sia la fase dolce introduttiva che quella cadenzata ed infine quella distruttiva e violenta del finale. In questo quadro il drumming potente di Scott Columbus si amalgama alla perfezione alle fasi soliste di Ross The Boss.

Detto questo dobbiamo ancora parlare dei primi tre pezzi dell’album che probabilmente sono i migliori dell’opera.

Iniziamo con l’opener “Blood Of My Enemies”, cadenzato di livello ultraterreno, in cui tutto funziona alla perfezione, dal basso rutilante di Joey alla voce (che raggiunge vette interpretative superne) di Adams, dalla batteria marziale di Colombus alla barbara chitarra di Ross. Il testo propone una delle prime chiare ispirazioni alla mitologia norrena: “Strong winds magic mist / To Asgard the valkries fly / High overhead they carry the dead / Where the blood of my enemy lies.”

Abbiamo quindi la feroce “Each Dawn I Die”, cadenzato selvaggio (basso belluino che ammanta la linea ritmica di un incedere ossessivo) che riesce ad impersonificare l’anima più oscura del gruppo e che sembra esser uscito, a livello di testi, dalla penna di Robert E. Howard: “I taste the serpent’s poison / On the lips of the one I love / She brings this gift of witchcraft / I wear the cat skin gloves”.

Chiudiamo infine con la distruttiva “Kill With Power”, veloce e potente, che pone sugli scudi ancora Adams (che raggiunge vette quasi ossessive), Columbus (batteria tritasassi) e Ross The Boss (indimenticabile assolo).

“Hail To England”, capolavoro della band statunitense, declama in sette composizioni perfette tutto ciò che l’epic metal deve essere.

MANOWAR-Hail_To_England

Etichetta: Music For Nations

Anno: 1984

Tracklist: 01. Blood Of My Enemies 02. Each Dawn I Die 03. Kill With Power 04. Hail To England 05. Army Of The Immortals 06. Black Arrows 07. Bridge Of Death
Sito Web: http://manowar.com/

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