Manowar – Recensione: Fighting The World

Dopo aver realizzato, nell’arco di tre anni (dal 1982 al 1984), quattro leggendari album che hanno creato e dato senso al genere epic metal i Manowar si prendono una pausa e tornano sulle scene nel 1987 con “Fighting The World”, opera che almeno in parte tenta un approccio più pulito e potente nel suono per tentare l’assalto ad un pubblico più vasto.

In molti erroneamente indicano questo LP come un ammorbidimento, additando in particolare i suoni più puliti e le prime tre canzoni. In realtà, come vedremo ben presto, il sound dei Manowar ottiene con questa svolta benefici evidenti che renderanno sempre più importante il peso della band nel mondo del metal.

Una prima novità la registriamo a partire dall’artwork che vede il supporto favoloso di Ken Kelly alle prese con una copertina che raffigura i quattro Kings of Metal circondati da un apocalittico mondo e dai fan più fedeli che si rivolgono loro con il noto simbolo di fratellanza. Il dipinto è un chiaro omaggio all’artwork di “Destroyer” dei Kiss (opera dello stesso Kelly) e non passa inosservato.

Il disco inizia con la title-track, un compatissimo anthem caratterizzato da un coro che si ripete all’infinito; alcuni definiscono noiosa questa traccia che in realtà diventa un cavallo di battaglia dal vivo ed offre la possibilità alla band di intrattenere i fan con cori e pause di ogni tipo (grazie al suo costrutto elementare); ovviamente protagonista è Scott Columbus con il suo drumming asciutto ma decisamente azzeccato. A seguire abbiamo la pietra dello scandalo, ossia “Blow Your Speaker”, un altro anthem dalle tinte hard rock (decisamente easy-listening per lo standard) in cui a livello di testi i nostri si scagliano contro MTV, colpevole di non trasmettere l’amato metal; ricordiamo che da questo brano è stato realizzato anche un divertente video che alterna momenti live del gruppo alla vicenda di alcuni ragazzi metallari che, disgustati dalla mancanza di metal proposto dalle radio, vanno a conquistarsi un negozio per vedersi il live dei Manowar.

Di fatto qui si chiude il lato “commerciale” dell’album perché la successiva “Carry On”, che alcuni ancora ritengono troppo melodica, è di fatto una strepitosa cavalcata metal che pone sugli scudi uno strepitoso Eric Adams (voce), ben supportato da un bridge e da un refrain che si stampano nella testa dell’ascoltatore anche con un singolo passaggio sullo stereo. Aggiungiamo che la traccia viene introdotta da un’ipnotica e drammatica chitarra acustica di Ross The Boss; la song viene poi “riempita” dalle linee possenti del basso di DeMaio che non manca di rendere più incisivo il riff della sei corde.

Grazie a “Violence And Bloodshed” ci imbattiamo nel brano più violento e cattivo del disco, caratterizzato da un approccio particolarmente aggressivo di Adams al microfono e da una struttura incalzante che impreziosisce sia l’intervento di Colombus (distruttivo) che quello di Ross, artefice di passaggi solisti brevi ma incisivi. A livello di testi torniamo ad un argomento già trattato su “Shell Shock” (da “Battle Hymns”), ossia il destino dei reduci dal Vietnam che hanno servito gloriosamente il proprio paese e che non riescono più ad ambientarsi al loro ritorno.

Il secondo lato dell’album è totalmente epic ed inizia con una nuova versione, più levigata di “Defender”, favoloso semi-lento uscito come singolo nel 1983. in cui troviamo per la seconda volta come ospite Orson Welles alla voce narrante (dopo l’intervento su “Dark Avenger” di “Battle Hymns”). Il pezzo trasmette emozioni a non finire in una progressiva grandeur epica che raggiunge il suo apice quando la voce di Welles viene sovrapposta da quella di Eric Adams; a rendere ancor più avvincente la traccia abbiamo in secondo piano un interminabile assolo di Ross The Boss.

A seguire ci si imbatte nell’accoppiata “Drums Of Doom” e “Holy War”; la prima traccia è un’intro in cui protagonista è la batteria di Columbus mentre la seconda è una cavalcata di incredibile ed emozionante epic-power, sostenuta per tutta la sua durata dal basso gracchiante di DeMaio che supporta una prova da brividi di Eric Adams; il refrain si rivela, come spesso accade, un interminabile eruzione di energia e carica emotiva.

Il disco si chiude con la breve intro “Masters Of Revenge” e la feroce “Black Wind, Fire And Steel”, uno dei pezzi più veloci e distruttivi del gruppo che verrà proposto dal vivo innumerevoli volte. Il brano inizia con le plettrate velocissime di DeMaio sul suo basso modificato, che accompagnano per tutta la strofa un incalzante Eric Adams; al refrain si assiste ad una vera e propria esplosione con l’ingresso prepotente di batteria e chitarra che proseguono martellando e forgiando l’ascoltatore nel fuoco del metal. La voce di Adams raggiunge acuti disumani e la ritmica mantiene un ritmo forsennato fino alla conclusione che, come di consueto, si protrae in modo decisamente teatrale grazie anche ad un altro urlo stratosferico di Eric.

“Fighting The World” si rivela quindi l’ennesimo capolavoro che inizia l’ascesa dei Manowar verso una fama mondiale ed un riconoscimento di pubblico che sembrava impossibile, fino ad allora, per un gruppo di epic metal.

manowar fighting the world

Etichetta: ATCO Records

Anno: 1987

Tracklist: 01. Fighting the world 02. Blow Your Speakers 03. Carry On 04. Violence And Bloodshed 05. Defender 06. Drums Of Doom 07. Holy War 08. Masters Of Revenge 09. Black Wind, Fire And Steel
Sito Web: http://manowar.com/

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