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Manilla Road – Recensione: To Kill A King

Il diciassettesimo (o diciottesimo se consideriamo come full length ufficiale anche “Mark Of The Beast”) album dei veterani Manilla Road si intitola “To Kill A King” e, uscito nel quarantennale del gruppo, evidenzia fin dal titolo e dalla copertina una certa attinenza all’Amleto di Shakespeare. In realtà l’opera non è un concept ed i brani hanno ambientazioni differenti fra loro ma restano sempre nell’ambito amato dal chitarrista e compositore Mark Shelton.

La formazione all’opera nel CD è la stessa vista in azione nel recente tour che festeggia appunto i 40 anni di attività del gruppo di Wichita e risulta una fra le amalgame migliori delle varie line-up post reunion (forse la migliore).

La voce acuta ma possente di Bryan “Hellroadie” Patrick si coniuga alla perfezione con i passaggi più cupi e bassi di Shelton mentre alla batteria Andreas Neuderth si conferma uno dei migliori drumer dei nostri, in grado di interpretare con fantasia ed estro i brani lunghi, doomeggianti e progressive del nuovo lavoro. Abbiamo poi la new entry Phil Ross al basso che, grazie ad una registrazione per una volta accettabile, riesce a dettar legge in ogni singola canzone donando profondità e ritmo incalzante a tutti i brani. Ultima da citare ma prima per importanza è la chitarra di Mark “The Shark” Shelton che ancora nel 2017 riesce ad ammaliare senza funambolici passaggi o virtuosismi inutili; i riffoni di tanti dei pezzi dell’album colpiscono nel segno e fanno rivivere la magia epica dei Manilla Road.

Detto questo aggiungiamo subito che “To Kill A King” non è affatto un album semplice da ascoltare ed apprezzare; sono pochi i brani veloci e diretti che erano presenti in gran quantità nel periodo d’oro dei nostri.

La stessa title-track, nei suoi dieci minuti e rotti raramente accelera ed il pezzo viene salvato soprattutto dall’estro dimostrato dalla chitarra, in grado di cesellare melodie suadenti, nonché dal bravo batterista che fa di tutto per rendere più dinamico un pezzo tutto sommato poco appetibile. Lo stesso discorso potrebbe ripetersi per altri brani come “In The Wake” o “Never Again” che sembrano voler recuperare forse un po’ di psichedelica degli esordi (fine anni ’70). Sempre sognante ed eterea è anche “The Other Side” ma, al contrario dei pezzi citati precedentemente, risulta più accessibile ed evolve in un cadenzato di buon livello.

Tutt’altro discorso vale ad esempio per la potentissima “Conqueror”, tre minuti e rotti di metallone cadenzato in cui assoli di chitarra e linea possente di basso si sovrappongono in continuazione trasmettendo energia epica. Alla stessa “famiglia” appartengono altre tracce che risollevano le sorti dell’album; cito ad esempio l’ottima cavalcata “The Arena”, che narra delle gesta violente dei gladiatori; la ritmica incalzante regna sovrana ed il batterista Andreas Neuderth regna sovrano dettando cambi di tempo ed atmosfere, ben supportato dal bassista.

Il lato epic doom degli statunitensi è garantito dalle discrete “Castle Of The Devil” e “The Talisman”, ma soprattutto dalla convincente “Ghost Warriors”.

Grazie alla conclusiva “Blood Island” torniamo al metal più arrembante e l’apertura dettata dalla chitarra solista di Mark ha un sapore antico; il pezzo si rivela il sigillo ideale per chiudere nel migliore dei modi un album con alti e bassi che comunque verrà decisamente apprezzato dai fan del gruppo ed in genere dell’epic metal più arcigno.

 

 

Voto recensore
7
Etichetta: Golden Core Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. To Kill a King 02. Conqueror 03. Never Again 04. The Arena 05. In The Wake 06. The Talisman 07. The Other Side 08. Castle Of The Devil 09. Ghost Warriors 10. Blood Island

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