Manic Street Preachers – Recensione: Everything Must Go

Tutto passa, tutto finisce e svanisce letteralmente nella nebbia. Come se guardassimo l’orizzonte da un ponte sospeso tra due nazioni, o su due mondi se preferite. Ogni cosa trova la sua fine: amore, lavoro, passione ma per fortuna l’amicizia – quella vera – rimane anche quando tutto scompare. Anche il nostro corpo fisico. Dopo “The Holy Bible” i Manic Street Preachers sembravano pronti al grande salto, sembravano pronti per spiccare il volo. Ma qualcosa il 1° febbraio del 1995 si ruppe. Da quel giorno tutto per i nostri gallesi cambiò.

Fino al 31 gennaio 1995 infatti i Manics erano in 4 a suonare e a vivere sopra le assi di un palco. James Dean Bradfield alla voce ed alla chitarra, Nicky Wire al basso, Sean Moore alla batteria e Richey Edwards alla chitarra. E proprio lui, Richey, quel dannato primo di febbraio sparì dall’Embassy Hotel di Londra nei pressi di Bayswater road. Una vita nonostante tutto – fama compresa – segnata da una profonda depressione. Ma quella personalità insieme a quelle di James, Nicky e Sean funzionava. E alla grande. Ma evidentemente non era abbastanza, troppo dolore, troppa confusione o sa iddio cos’altro e quindi la scelta di sparire.

Seguirono comprensibili momenti di smarrimento tra i tre Manics. Abbandonare tutto? Un pensiero di questo tipo si era insinuato nella mente dei nostri, incapaci forse di far fronte ad un doloro più grande di loro, più grande dei loro 2o e poco più anni. Ci pensarono intensamente. Abbandonare tutto. Ma fu lì il colpo di scena: la famiglia di Edwards convinse Bradfield, Moore e Wire a continuare. Ed ecco arrivare il 23 maggio del 1996 il disco della rinascita. E da un certo punto di vista anche della svolta. “Everything Must Go” è quel disco dove le danze vengono aperte da “Elvis Impersonator: Blackpool Pier”, canzone dinamica che cresce d’intensità e che si regge su un testo di Richey e che sfuma tuffandosi in uno dei capolavori della band “A Design For Life”. Canzone perfetta, da pelle d’oca ad ogni ascolta e dalla meravigliosa intensità, con quei violini ad accompagnare la voce di James che piena di dolore canta “We don’t talk about love we only want to get drunk / And we are not allowed to spend / As we are told that this is the end”.  Un capolavoro. Niente di meno.

E poi ecco arrivare il riff secco di “Kevin Carter”, per un trio che incastra basso, chitarra e batteria a meraviglia. Una canzone che racconta il percorso terreno del fotografo e premio Pulitzer Kevin Carter, morto suicida nella sua Johannesburg nel 1993. Lo stesso personaggio che poi un lustro dopo venne raccontato dai Savatage in “Poets And Madmen”. Ci sono poi “Enola/Alone” e la title track, autentico brano manifesto dell’evoluzione del “manics-pensiero” insieme a “A Design For Life”.

E poi la gemma lucidissima di “Small Black Flowers That Grow In The Sky”, sottile e cristallina come la voce di Bradfield che canta un testo nero come la pece di Edwards. Un contrasto che stride apparentemente, ma che funziona alla grande.  Altra canzone da applausi “Removables”, che suona come se i Nirvana fossero nati e cresciuti in Galles durante l’era Thatcher. Una canzone cupa nonostante un andamento apparentemente poppeggiante e “scanzonato”. Arriviamo poi con “Australia”, una delle loro canzoni più apprezzate dai fan. Semplice e diretta, ma che nasconde un sentimento profondo di “fuga da tutto e tutti” del bassista Nicky Wire (compositore del testo). Un disagio enorme che lo avrebbe spinto in Australia – appunto – per scappare dal dolore della perdita di Richey Edwars. C’è ancora traccia del chitarrista scomparso con “Interior (Song For Willem De Kooning)”, dedicata al pittore Willem De Kooning sofferente di Alzheimer ed ispirata ad Edwards dal documentario che raccontava di come il pittore olandese si fosse dimenticato di tutto. Anche di come era riuscito a dipingere la sua arte.

Siamo praticamente alla fine, e “Further Away” (singolo in Giappone) è stata descritta da Wire come una “Quasi canzone d’amore”, ma con chorus veramente avvolgente e da cantare a pieni polmoni. “No Surface All Feeling” è il saluto dei Manics a Richey, con un testo che riflette sul dolore causato dalla perdtita di una persona cara. Nella canzone presenti anche le ultime note registrate da Richey Edwards con i Manics. “Maybe at the time it felt like dreaming”.

“Everything Must Go” è un disco epico, struggente, straziante, pieno d’amore e disperazione. È una raccolta di canzoni che tutti vorrebbero scrivere e che tutti dovrebbero possedere. Perché la passione brucia tra queste note, l’intesa forza della vita scorre nei secondi che compongono queste poche canzoni. Perché la vita può sfuggire di mano, ma quello che abbiamo fatto nella vita di certo non muore.

E Richey? La sua macchina venne ritrovata il 14 febbraio del 1995 vicino al Severn Bridge, nel parcheggio di una stazione di servizio con una bella multa per divieto di sosta da pagare.  Nessun corpo nelle vicinanze, nessuna traccia di sangue. Niente di niente. Solo la brutta fama del Severn Bridge considerato perfetto per i suicidi. Nel 2008 Richey è stato dichiarato presunto morto. Per tutta risposta i Manics fecero uscire l’anno successivo “Journal For Plague Lovers”, con testi scritti interamente da Edwards prima della sua scomparsa.

 

Voto recensore
10
Etichetta: Epic

Anno: 1996

Tracklist: Elvis Impersonator: Blackpool Pier - 3:29 A Design for Life - 4:17 Kevin Carter - 3:25 Enola/Alone - 4:08 Everything Must Go - 3:41 Small Black Flowers That Grow in the Sky - 3:03 The Girl Who Wanted to Be God - 3:35 Removables - 3:31 Australia - 4:05 Interiors (Song for Willem De Kooning) - 4:18 Further Away - 3:39 No Surface All Feeling - 4:14

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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