Majesty – Recensione: Legends

Ogni genere pacchiano che si rispetti deve avere qualche gruppo pacchiano che si rispetti: che si tratti di pop, dance, soul, hip hop o progressive rock. Di esempi a non finire se ne contano anche nel caro vecchio heavy metal: seguendo le orme dei loro idoli Manowar, i tedeschi Majesty vennero fondati nel 1997, e da allora si sono stabilizzati su un tipo di metal classico potente, melodico e con qualche elemento leggermente ridicolo (cori multipli sui ritornelli, melodie folk orecchiabili in chiave maggiore e minore, voce amatoriale di scuola Eric Adams, assoli in scala pentatonica con occasionale passaggio veloce, finali pomposi e dilatati, occasionale presenza di tastiere ed effetti tanto da darsi un aria “sinfonica” e durata delle canzoni appropriatamente lunga senza mai saltare in territorio progressive). E pure se il gruppo non riuscì e mai riuscirà a scalzare altri che già occupano famigerato primato del metal cinematico e ricco d’immagine come quello dei già citati statunitensi, di sicuro hanno all’attivo album discreti e scorrevoli, specialmente per gli amanti di queste sonorità.

Stilisticamente, il loro ultimo album, “Legends”, non è granché differente da quanto fatto in passato, a parte l’uso di accordature ribassate (dal Mi standard all’attuale Si). Le canzoni sono lunghe, spesso più del necessario, e, purtroppo, siccome stiamo parlando di un gruppo che smise di essere coinvolgente da “Reign in Glory”, ogni paragone con i loro primi dischi è ingeneroso. La voce di Tarek Maghary è profondamente cambiata, dalle urla di gola dei primi dischi all’attuale baritono di diaframma di quelli attuali (magari un segno che non ha mai tenuto una tecnica vocale esattamente consona), eppure continua a latitare nell’intonazione, nel carisma e nella scrittura di linee vocali congeniali o che valorizzino le canzoni. Ad eccezione di qualche assolo dal tocco shred, le canzoni sono semplici e lineari, ma non esattamente grandiose. Si passa dai veloci rombi di batteria in “Rizing Home”, “Church of Glory”, “Last Brigade” ai ridicoli ritornelli con sintetizzatori di “Burn the Bridges” e “Mavericks Supreme”, le ritmiche lente e ballabili con pianoforte di “Words of Silence”, i bridge con tastiere di “Wasteland Outlaw” e la funerea finale “Stand as One”.

Da un po’ di tempo i Majesty sembrano timbrare il cartellino più che altro, e anche quest’album sembra confermare la considerazione. Mancando canzoni in grado di essere ricordate, il fervore giovanile di un tempo e mancando la tecnica necessaria per poter usare trucchi geniali in grado di aggiungere qualcosa di distintivo, la maggior parte di questi gruppi così appariscenti e ambiziosi (la cosiddetta nicchia “true metal”, come alcuni detrattori definirono) è destinata ad incamminarsi in un viale del tramonto pur rifiutandosi di ammettere che il tempo è passato anche per loro. Con il disastro commerciale delle ri-registrazioni dei Manowar, le loro alternative dovranno darsi da fare per non soccombere allo stesso destino di auto-celebrazione e glorificazione di un passato che, col passare degli anni, sembra sempre più inverosimile.

Etichetta: Napalm Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. The Will to Believe 02. Rizing Home 03. Burn the Bridges 04. We Are Legends 05. Wasteland Outlaw 06. Church of Glory 07. Mavericks Supreme 08. Words of Silence 09. Last Brigade 10. Blood of the Titans 11. Stand as One

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