Magic Dance – Recensione: Remnants

Progetto del polistrumentista e compositore Jon Siejka, i Magic Dance vengono dallo stato di New York ed il loro secondo album per Frontiers, “Remnants”, costituisce in realtà il quarto episodio di un percorso che può dirsi ormai saldamente avviato. Ispirati dal rock e dal pop elettronico degli anni ottanta, i quattro – che si sono avvalsi di alcuni musicisti ospiti per la rifinitura di una manciata di tracce – si ripresentano dunque con un disco che fa della sua immediata freschezza il principale tratto distintivo. Nonostante una certa rotondità dei suoni, così plasticosi da risultare a tratti eccessivamente artificiali, quello proposto dai Magic Dance è un rock dalle tinte adulte, e meno scanzonate di quanto non ci si aspetterebbe. Tinte notturne dipinte con ritmiche sostenute (“Long And Lost Lonely Nights”), cori accattivanti presi in prestito dall’arena rock più assembrato e meno impegnato (“Cut Me Deep”) e qualche suggestione da pop radiofonico da compilation in cassetta (“I Can’t Be The Only One”) fanno parte di un campionario che riesce a ricondurre sotto l’ombrello del rock melodico una serie di contributi piacevolmente diversi tra loro.

La ripetizione – a tratti fin troppo ostinata – di alcuni passaggi, così come la trama fin troppo fitta delle parti di batteria, parlano di un disco che non ha paura di osare, talmente fiducioso nella solidità del suo impianto al punto da farsi prendere la mano nella dislocazione degli addobbi. “Remnants” non è insomma un prodotto che esprime la sua maturità con la ricerca di un misurato equilibrio: le sue melodie, al contrario, sono così infarcite di fill, effetti e riverberi da confondere, specialmente nel corso dei primi ascolti. Da questo punto di vista tutto il lavoro suona frettoloso, inafferrabile, sfuggente nella rapidità (“Changes”) delle soluzioni proposte, nel rifiuto di alcun tipo di pausa, nella chiusura totale alla possibilità di concedere ai suoi racconti un attimo di tregua. Per quanto la voce pulita di Jon Siejka provi a rasserenare gli animi con una impostazione tra il languido ed il neo-melodico, le undici tracce si rincorrono con un brio talmente incalzante (“Change Your Life”) che il tutto finisce per essere identificato con la sua intrinseca urgenza. Il dubbio che potrebbe sopraggiungere è quello se la presenza costante di contorni non finisca col distrarre dalla vera essenza di questo album, che è fatta – per la maggior parte – di melodie interessanti e soluzioni efficaci. L’impressione è quella che il messaggio melodico di “Remnants” avrebbe potuto essere trasferito con una produzione più intima e genuina, con un po’ più di ruvida corteccia, guadagnandone in profumo e credibilità. “Til Your Last Breath” poteva essere una bellissima ballad, ad esempio, mentre allo stato delle cose finisce con il subire lo stesso trattamento energizzante riservato all’intera tracklist, ed il senso stesso di una traccia più lenta ed introspettiva viene tristemente vanificato dalla ricetta al fresco profumo di Red Bull.

Allo stato attuale si assiste ad un continuo affastellarsi di idee e sussulti che, intricandosi all’infinito, sciupa il momento e rende del tutto insignificanti i contributi di Tim Mackey, Ziv Shalev e Stelios Andre, tre validi chitarristi i cui (pregevoli) assoli finiscono con l’essere letteralmente travolti dalla turbo-torta a più strati che è questo “Remnants”. Le cose sembrano andare leggermente meglio per il sax di Gdaliy: benchè il suo contributo sia tutt’altro che fondamentale, il suo strumento aggiunge al finale di “I’m Still Holding On” un pizzico di varietà, un tratto vagamente più umano ed una boccata d’ossigeno… prima di riprendere le immersioni. Si tratta come sempre di una valutazione profondamente soggettiva: se ad alcuni la produzione di questo lavoro potrebbe suonare soffocante nella sua martellante orpelleria, per altri gli arrangiamenti saranno perfettamente in linea non solo con il genere, ma anche con il modo contaminato, obliquo, in cui oggi sempre più spesso lo si torna a rispolverare. Se l’idea di uno speed-AOR vi intriga, non indugiate nei piaceri delle benzodiazepine e pensate che quarantacinque minuti di melodie e ritmiche senza soluzione di continuità possano contribuire a rendere le vostre giornate più interessanti e meno immobili, “Remnants” è probabilmente quanto di più appropriato possiate trovare in questi ultimi scampoli di duemilaventi.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. Oh No 02. Long And Lost Lonely Nights 03. Zombie Breath Surprise 04. Cut Me Deep 05. When Your World Comes Down 06. Change Your Life 07. I’m Still Holding On 08. Changes 09. Restless Nights 10. Til Your Last Breath 11. I Can’t Be The Only One
Sito Web: facebook.com/magicdancemusic

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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