Lovekillers – Recensione: Lovekillers

Ho sempre trovato molto interessante il concetto calcistico secondo il quale “sono le punte a far giocare bene o meno bene una squadra”. Lo ricordava spesso Osvaldo Bagnoli, ex allenatore di quel Verona del 1985, per ricordare quanto i processi vincenti fossero quelli in cui ogni passaggio era pensato in funzione del risultato finale. Per chi ascolta musica il goal può coincidere con un ritornello ben fatto, con un arrangiamento originale, con una produzione cristallina che esalti il nostro senso estetico. Si potrebbe quindi affermare che un disco riuscito, dal punto di vista di ciascuno di noi, sia quello che si propone di perseguire una finalità che il nostro gusto condivide, impiegando tutte le risorse a disposizione a favore di essa. E’ una considerazione ben poco romantica, evidentemente, così come è evidente che l’espressione musicale – dal vivo o registrata – coincide con un prodotto che volente o nolente deve misurarsi – senza necessariamente svilire la propria arte – con le regole di un mercato fatto di domanda ed offerta. Dare vita ad un progetto featuring Tony Harnell, come quello dei Lovekillers, è un po’ come ingaggiare “la” punta e fare in modo che sia il marchio di fabbrica dell’hard rock melodico (TNT, Westworld, Starbreaker, senza tralasciare la carriera solista ed il tempo di registrare una nuova versione di 18 and Life con gli Skid Row) a dirti cosa fare per permettergli di andare in rete. Una presenza carismatica ed ingombrante quindi, in grado di orientare con la sola forza del suo nome quale direzione prenderanno il disco ed il cammino: ineluttabile come la legge dell’attrazione, affascinante come un servizio on demand, naturale e fisiologico come poli che si attraggono, perché così vanno le cose, e così devono andare (Fuochi Nella Notte, CSI, 1994)… o forse no? Nonostante non sia certamente la sorpresa ciò che ci si possa ragionevolmente aspettare da Lovekillers, i motivi di interesse non mancano perché rimangono fortunatamente molte le possibilità in cui è possibile declinare il rock.

Di Harnell ho sempre apprezzato l’interpretazione melodica ma allo stesso tempo energica e sofferta, tratti distintivi che ritroviamo anche in queste undici tracce. Le coordinate stilistiche sono quelle delle rotonde sonorità anni ottanta (più TNT e meno, molto meno Starbreaker, per intenderci), con ritmiche prevedibili ed una costante presenza di tastiere per raccontare in modo estremamente lineare di sofferenze, piogge e tempeste e sfide di attualità climatica che l’amore, nella migliore tradizione cinematografica d’oltreoceano (Twister, 1996, ma lì c’era Humans Being dei Van Halen), permette di superare. Nulla di veramente sbagliato né spiacevole all’ascolto, d’altronde la produzione di Alessandro Del Vecchio mette al riparo da inconvenienti, ma in un’epoca nella quale le proposte ottengono più interesse quanta più impietosa è la loro capacità di dividere, il disco sembra scorrere sin troppo fluidamente, senza offrire un appiglio per catturare l’interesse, risvegliare l’attenzione o anche solo innescare – in mancanza di altro – un segno di vivo disappunto. In Lovekillers, insomma, Harnell sembra più un comprimario accomodante e nemmeno troppo entusiasta piuttosto che “la punta che fa giocare bene la squadra”. Le melodie non sono particolarmente ispirate nonostante i tanti autori coinvolti nel songwriting (Nigel Bailey, Pete Alpenborg, Marco Sivo, Jonas Hornqvist), la produzione è splendidamente funzionale e la densità della tracklist suona variabile come le avversità meteorologiche descritte a più riprese nei testi. Lovekillers è un disco che richiama il classico racconto hollywoodiano di qualche anno fa: esaltato dai luoghi comuni dell’epoca e condannato ad un invecchiamento precoce per gli stessi identici motivi (“There is a mirror, staring back at you”, Now Or Never), l’album è la testimonianza retorica di un passato dolce, come il filmino di famiglia che amiamo sapere di conservare da qualche parte in soffitta, ma non guardiamo più.

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. Alive Again 02. Hurricane 03. Ball And Chain 04. Who Can We Run To 05. Higher Again 06. Across The Oceans 07. Bring Me Back 08. Now Or Never 09. Heavily Broken 10. No More Love 11. Set Me Free

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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