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Lionheart – Recensione: Second Nature

Ormai siamo abituati ai ritorni improbabili, ma quello degli inglesi Lionheart era in assoluto tra quelli meno preventivabili. Un secondo disco a distanza di oltre trent’anni non è cosa da poco, soprattutto perché la formazione ricalca quasi per intero quella originale, con di fatto Lee Small nel ruolo di cantante, al posto del (crediamo) non più attivo Chad Brown.

Difficile dopo tutto questo tempo coltivare delle aspettative, ma tutto sommato il rientro sulle scene di Stratton e soci non è da buttar via, anzi, sempre partendo dal presupposto che di musica ben radicata nel gusto del british hard anni ottanta stiamo parlando.

Non sappiamo infatti se le canzoni qui incise abbiano una qualche origine da session rimaste inedite attorno al 1985, ma se così non fosse…. beh, vi siete comunque fatti un’idea si cosa troverete in queste tracce. Per chi ama il loro vecchio materiale, ma anche band come i vecchi Magnum, Praying Mantis, certi Demon, etc… “Second Nature” è uno di quei dischi da mettere in heavy rotation, privo di un qualsiasi spunto di novità, ma pur sempre solido, ben suonato e arrangiato, nonché bello pieno di canzoni piacevoli.

Si alternano pezzi più marcatamente melodici, sostenuti dalle tastiere, come “Give Me The Light” o più melodic rock classico, come “Second Nature”, ad altri più heavy e riff oriented, come “30 Years” o la tirata “Lionheart”, ma la fattura è sempre di livello.

Riuscitissima la cover di “Don’t Pay The Ferrymen”, classico del british pop di fine ottanta, qui ovviamente girata con maestria in chiave molto più rock. Un brano che dimostra come le belle canzoni funzionino un po’ in tutte le salse, se portate nel modo giusto.

Più o meno tutte le tracce hanno però qualcosa di buono, visto che da vecchi volponi quali sono i Lionheart non si perdono in eccessivi fronzoli ed esperimenti, andando dritto al sodo e puntando tutto su di un format classico e pur sempre efficace: buona produzione, cantato potente, riff immediati e cori facilmente memorizzabili.

Se vi piace l’hard melodico concepito alla vecchia maniera, con “Second Nature” potete andare sul sicuro. Qui ci sono classe, passione ed energia, più che in tante altre band di più recente concezione.

Voto recensore
7


Anno: 2017

Tracklist: 01. Prelude 02. Give Me the Light 03. Angels With Dirty Faces 04. Don't Pay the Ferryman 05. 30 Years 06. On Our Way 07. Second Nature 08. Prisoner 09. Every Boy in Town 10. Time is Watching 11. Heartbreak Radio 12. Lionheart 13. Reprise

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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