Limp Bizkit – Recensione: Still Sucks

Dolcetto o scherzetto? Altro che leccornie, Fred Durst & Co. ci servono all’improvviso un nuovo album!

Anticipato velatamente, ma neanche troppo, da “Dad Vibes”, “Still Sucks” è un bel revival anni’90/2000 che raccoglie al suo interno il meglio dei Limp Bizkit, con i loro riffoni da mal di collo e la loro irriverenza, che ha aperto la strada a moltissime altre band, ma che si contraddistingue per originalità, menefreghismo e il continuo superarsi.

Per chi, come la sottoscritta, ha consumato “Chocolate Starfish And The Hot Dog Flavored Water”, “Still Sucks” è parzialmente un ritorno al 2000, ma con il sound e l’esperienza di 21 anni in più di album e concerti.

L’errore che si può compiere è quello di ascoltarlo giudicandolo sulla base dei primissimi album e ricercando lo stesso identico sound. Quello che si deve fare invece è invece non dimenticare il passato e apprezzare il fatto che Fred Durst sia ancora un frontman con gli attributi, senza increspature nella voce ed in grado di muoversi abilmente, e senza scivoloni, all’interno di un insieme di tracce multigenere.

Dad Vibes” è il biglietto da visita con cui il pubblico ha iniziato a fiutare la novità. È un brano che è rap ma non è rap, è hip pop ma non è hip hop, è rock ma non è rock: è semplicemente Limp Bizkit, una band con ben pochi compromessi e che l’unica etichetta che hanno e hanno avuto è il “parental advisory”.

Ma i Limp Bizkit non saranno troppo vecchi per fare crossover? “Dirty Rotten Bizkit” mette tutti a tacere. Il pezzo è un vero e proprio calcio nei denti, un tuffo secco nel passato che non ha subito gli effetti del tempo. E’ la classica canzone che tutti aspettano, che mette tutti d’accordo e che fa saltare e pogare, unendo i fan di vecchia e nuova generazione.

L’hip hop anni ’90 è un lontano ricordo? Non c’è problema, la risposta è gentilmente servita su un piatto con “Turn It Up, Bitch”, il cui basso alienante è quasi ipnotico. La canzone è una non canzone, con una melodia quasi assente, un sound disturbante e maleducato che ormai quasi nessuno è più in grado di eseguire a regola d’arte.

Don’t Change” arriva all’improvviso ed è un omaggio agli INXS, che composero il brano nel 1982. Se l’originale era un pezzone new wave, i Limp Bizkit non solo coverizzano, ma reinterpretano completamente il brano, dando una veste molto Oasis, con una lettura brit pop. La particolarità di Fred Durst è proprio questa, la capacità di adattarsi senza risultare la caricatura di se stesso e passare da un rap-core ad una ballad che nulla ha a che vedere con i pezzi precedenti.

Love The Hate” è il classico pezzo da “leviamoci qualche sassolino dalla scarpa” e che mette insieme le solite critiche mosse negli anni alla band in merito ad età, similitudini con altri artisti, capacità di comporre etc. Un bel calderone di luoghi comuni che su una base assolutamente distorta e dissonante, manda tutti a quel paese.

Goodbye” chiude in maniera molto pop “Still Sucks”, di cui è quasi impossibile parlare male se non per la durata, appena 32 minuti.

A conti fatti siamo di fronte ad un lavoro ben prodotto, che non ha avuto bisogno di annunci mesi e mesi prima per creare hype e che mette in tavola tutti i jolly della band.

Gli spunti sono numerosi, classificare in un unico genere è un’impresa titanica e fare di meglio, dopo una carriera quasi trentennale, impossibile. “Still Sucks” è la dimostrazione che si può fare musica senza scadere nel banale, che si può comporre senza compromessi e che si possa essere ancora giovani ed attuali senza perdere di entità. I Limp Bizkit non saranno più dei giovanotti, ma sono riusciti ad essere più contemporanei e moderni di molti altri colleghi.

Etichetta: Suretone

Anno: 2021

Tracklist: 01. Out Of Style 02. Dirty Rotten Bizkit 03. Dad Vibes 04. Turn It Up, Bitch 05. Don't Change 06. You Bring Out The Worst In Me 07. Love The Hate 08. Barnacle 09. Empty Hole 10. Pill Popper 11. Snacky Poo 12. Goodbye
Sito Web: http://www.limpbizkit.com

francesca.carbone

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Scribacchina dal 2008 e da sempre schietta opinionista del mondo musicale. Dagli Iron Maiden ad Immanuel Casto il passo è breve, almeno per me.

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