Gojira – Recensione: L’Enfant Sauvage

I francesi Gojira sono sulla cresta dell’onda (metallica) già da qualche anno, complice il buon successo di critica e pubblico della loro proposta, un death/prog metal strutturalmente piuttosto articolato, ma che non perde mai di vista le necessità melodiche e l’impatto, garantito da costanti dosi di groove.

Il loro nuovo “L’Enfant Sauvage”, successore del buon “The Way Of All Flesh” (2008), è quindi chiamato a ribadire la solida caratura sin qui ottenuta, all’interno della scena internazionale, la stessa reputazione che gli ha garantito un prestigioso contratto con Roadrunner Records.

Di primo acchito la proposta dei quattro francesi appare sostanzialmente immutata, rispetto al recente passato, sia per quanto riguarda l’impasto sonoro, sia per le tematiche, sempre incentrate su temi ecologici e spirituali, come il rapporto fra l’umanità e la natura, trattato in modo affine a certa new age di derivazione sciamanica. Il frontman Joe Duplantier descrive il concetto che sta alla base dell’album come una riflessione sulla responsabilità di scelta derivante dalla libertà, di cui la figura del ragazzo selvaggio (Rousseau, Truffaut) è sintesi e metafora.

Per chi li segue dai tempi del debutto, “Terra Incognita” (2001), è però altrettanto immediato notare una progressiva quanto costante apertura (alleggerimento) del sound, che, dalle radici squisitamente technical death/post-core di partenza, ha inglobato elementi mutuati con tutta probabilità dalle esperienze d’oltreoceano, a fianco di gente come Lamb Of God (il cui cantante, Randy Blythe, è loro grande sostenitore), Cavalera Conspiracy o Trivium.

Il risultato è un album dalle strutture più semplici e immediate, che fa leva su riffoni stop-and-go, dalla spiccata valenza ritmica, che si associa ovviamente alla prestazione come al solito precisa e varia di Mario Duplantier alle pelli, esaltata alla perfezione dalla potente resa sonora (ottenuta presso gli Spin Recording Studios di New York).

A livello generale “L’Enfant Sauvage” contiene buone canzoni, ma anche alcuni filler, e pare dare il meglio di se soprattutto nella prima metà, quella più concreta e concentrata. Convincono, in questo senso, l’opener “Explosia” e la successiva title-track, la violenta “Planned Obsolescence” e “Mouth Of Kala”. Altrove i Gojira indugiano eccessivamente nell’auto-citazionismo e nel riciclo di soluzioni compositive già sfruttate, come in “The Gift Of Guilt” e “Pain Is A Master”, interlocutorie e a tratti confuse.

Per quanto buona sia la performance interpretativa di tutta la band, questa ripetitività strutturale di fondo appanna necessariamente la buona riuscita finale del disco, che non riesce a dirci niente di più e niente di nuovo, rispetto ai lavori precedenti del gruppo, dei quali è piuttosto sintesi e corollario. Una conferma senza sorprese e qualche sbadiglio.

Voto recensore
7
Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 2012

Tracklist:
1. Explosia 06:39
2. L'Enfant Sauvage 04:18
3. The Axe 04:34
4. Liquid Fire 04:17
5. The Wild Healer 01:48
6. Planned Obsolescence 04:39
7. Mouth Of Kala 05:51
8. The Gift Of Guilt 05:56
9. Pain Is A Master 05:07
10. Born In Winter 03:51
11. The Fall 05:25

Sito Web: http://www.gojira-music.com/

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Zilty

    A me ha fatto sbadigliare la recensione… c’è tanta innovazione in quest’album e poi non esistono attualmente gruppi che riescono a creare atmosfere di quella portata. Cmq è solo una mia opinione.

    Reply

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