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Kansas – Recensione: Leftoverture

Dopo tre ottimi album i Kansas non sono ancora riusciti a guadagnare la vera e propria fama, anche data la proposta musicale piuttosto originale, che si pone al centro di influenze variegate come progressive, pomp, country, folk e jazz. Il singolo tratto da ‘Masque’, e cioè ‘It Takes A Woman’s Love’, non è bastato per un’affermazione del gruppo a livello commerciale, e così viene loro richiesto (o imposto, a seconda dei punti di vista) di inserire un pezzo più orecchiabile nella loro fatica. E’ così che nasce ‘Carry On Wayward Son’, opener dell’album, destinata a dividersi con ‘Dust In The Wind’ il titolo di pezzo più famoso dei Kansas.

Ma non si tratta di una canzonetta: il riff di chitarra iniziale mette subito in chiaro che non ci si trova davanti ad un gruppo qualsiasi e le assonanze dei versi creano una poesia in note di rara perfezione. E il resto dell’album non è da meno, rimanendo miracolosamente in bilico fra una semplicità quasi disarmante e degli spunti originali e stimolanti. Nonostante ‘Leftoverture’ sia, più dei lavori precedenti, imperniato sulle tastiere, l’anima rock è ancora ben presente, e sembra quasi che il riff di ‘Carry On’ arrivi subito a metterlo in chiaro. ‘The Wall’, con le sue tastiere sognanti ed il trasporto emotivo della voce, lascia spazio a numerose digressioni strumentali in odore di progressive, diventando un pezzo emblematico dello stile musicale dei Kansas, oltre che uno dei loro migliori. Se ‘What’s On My Mind’ è di nuovo esempio di immediatezza, su ‘Miracles Out Of Nowhere’ sono le acrobazie vocali di Walsh a tenere banco. In ‘Opus Insert’ le tastiere introducono in maniera estremamente suggestiva quello che è uno dei pezzi in cui il pensiero cristiano alla base dei testi della band di Topeka si fa più evidente. La sciolta ‘Questions Of My Childhood’ si basa su un eccezionale lavoro di pianoforte e sull’ottimo apporto del violino di Robby Steinhardt. In ‘Cheyenne Anthem’ c’è spazio per l’impegno sociale dei Kansas, che in ogni loro album inseriscono un pezzo orientato in questo senso: su ‘Leftoverture’ si occupano della causa degli Indiani d’America, costretti ad andarsene da quella che era la loro terra. Quello che potrebbe dare origine ad una canzone stucchevole e banale è invece alla base di un pezzo pieno di cambi d’atmosfera, in cui le voci di Walsh e Steinhardt si alternano in un crescendo di emozioni. La chiusura dell’album è affidata a ‘Magnum Opus’, brano quasi interamente strumentale in cui la perizia tecnica dei musicisti non si traduce in sterile tecnicismo, lezione che purtroppo molti gruppi prog degli anni novanta non sembrano aver recepito.

‘Leftoverture’ è quasi completamente scritto da Kerry Livgren, ma sarebbe sbagliato attribuire soltanto a lui i meriti di quello che rimane un capolavoro assoluto della musica, travalicando generi ed epoche grazie all’impossibile convivenza di schiettezza e complessità musicale. L’album è il frutto, sì, delle composizioni di Livgren, ma anche dell’alchimia delle voci di Steve Walsh e Robby Steinhardt, dei cambi di tempo resi naturali dall’affiatamento della sezione ritmica composta da Dave Hope e Phil Ehart, dell’appoggio della chitarra di Rich Williams. E’ proprio un ottimo esempio di un totale che è di gran lunga maggiore della somma delle parti. Album imprescindibile.

Etichetta: Kirshner/Columbia

Anno: 1976

Tracklist: 01. Carry On Wayward Son
02. The Wall
03. What's On My Mind
04. Miracles Out Of Nowhere
05. Opus Insert
06. Questions Of My Childhood
07. Cheyenne Anthem
08. Magnum Opus

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