Landfall – Recensione: The Turning Point

Il Brasile si conferma terreno fertile per il revival hard rock del quale il mercato non sembra mai sazio: dopo le buone prove di Desert Dance o Electric Mob è ora la volta dei Landfall, band di Curitiba costruita attorno all’esperto frontman Gui Oliver (Auras) che debutta per Frontiers dopo una vita precedente spesa sotto il nome di W.I.L.D. L’hard proposto dai quattro è del tipo agile e scattante, melodico ma trascinante solo a tratti: le coordinate sono quelle dei Firewind meno in vena, oppure di alcune formazioni italiane perennemente alle prese con un complesso di inferiorità che le spinge a strafare per dimostrare, piuttosto che per suonare. Tornando a Oliver e compagni, non vi è davvero nulla di inascoltabile in “The Turning Point”, ma nemmeno niente che giustifichi una ricerca – Google Earth alla mano – lunga circa diecimila kilometri. Se è vero che alcuni intermezzi denotano un’apprezzabile sensibilità (“No Way Out”) ed il livello tecnico espresso dal disco è superiore alla media, la sensazione che rimane al recensore imbruttito al termine di ogni traccia è quella di non aver capito esattamente cosa ha ascoltato, nè perché.

La fattispecie, ormai arcinota e documentata, è quella delineata da brani ai quali non manca davvero niente per raggiungere la sufficienza, calcoli alla mano: certamente non si è lesinato su suoni brillanti e produzione cristallina, né su cori ed assoli… ma allo stesso tempo non vi è traccia di episodi che ci invoglino a raccomandare il disco ad un amico, condividere un video su quei social media per giovani o registrare un mixtape al ferrocromo per un’amica della quale siamo segretamente innamorati. Dubito che spedirle “Jane’s Carousel” o “Don’t Come Easy” sortirebbe un qualche effetto romantico, ma d’altronde nemmeno io combinai granchè distribuendo alla metà delle compagne di classe “Entre Dos Tierras” degli Heroes Del Silencio. Tanta quantità è vittima di uno stile ancora un poco acerbo, indeciso se abbandonarsi alle melliflue trame dell’AOR più derivativo o mantenere un po’ di nerbo, rinunciando però ai preziosismi (“Across The Street” e “Taxi Driver” partono a bomba e poi puf). Il problema è acuito dal fatto che, mentre ci si sposta da un registro all’altro, si creano delle voragini (“Distant Love”) che l’ascoltatore più annoiato potrà colmare con uno sbadiglio, quello speranzoso skippando la traccia ma quello più insofferente cambiando disco o directory. Chissà, forse le band abbracciano questa ambiguità perchè si sentono troppo capaci per suonare cose semplici, oppure perché hanno la sensazione che il materiale proposto non reggerebbe, una volta struccato, ad un’indagine più attenta e rigorosa. Eppure altri si sono schierati (penso agli ultimi Edguy) e, tutto sommato, hanno retto l’urto.

In tempi di maggiori entusiasmi, e più politicamente corretti, si direbbe che la sostanza è ottima e che il debutto lascia ben sperare, ma l’esperienza insegna che raramente chi abbraccia questo stile si rivela interessato ad effettuare una decisa sterzata, verso una direzione più netta. Ed è un peccato, perché la formazione brasiliana ha relegato alla parte bassa della scaletta canzoni come “Hope Hill” che, pur senza far gridare al miracolo, portano una ventata d’aria fresca affidandosi ad un chorus finalmente semplice e cantabile, benchè inspiegabilmente troncato nel finale: va bene lavorare per sottrazione, ma così pare pure troppo. Forse quella proposta dai Landfall è la forma più pura e cristallina di quell’ibrido hard/AOR che per alcuni è una sintesi perfetta, mentre per i miei gusti ottusi e sclerotizzati rimane un continuo non-scegliere, seppur travestito da hard rock di classe. Whose side are you on? (Da che parte stai?), cantavano gli Almighty nella potentissima Wrench (1994), ed a me verrebbe da domandare – sommessamente – lo stesso.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. Rush Hour 02. No Way Out 03. Jane’s Carousel 04. Across The Street 05. Don’t Come Easy 06. Taxi Driver 07. Distant Love 08. Roundabout 09. Road Of Dreams 10. Hope Hill 11. Sound Of The City
Sito Web: facebook.com/landfallofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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