Lake Of Tears – Recensione: Ominous

A volte ritornano! E non ci riferiamo solo alle pandemie mondiali…
Il 2020 ha infatti visto l’atteso (e ormai insperato) ritorno in studio degli svedesi Lake Of Tears a ben nove anni dall’ultima fatica, Illwill.

Il primo antipasto del nuovo lavoro è arrivato già lo scorso dicembre, con la pubblicazione del singolo “At The Destination”, mentre l’uscita del nuovo album, dal titolo Ominous, è stata fissata per il 19 febbraio 2021.

Partiamo subito col dire che Ominous è un gran bel disco, dotato dall’inizio alla fine di coerenza e buona fruibilità, ma anche dalla non immediata digeribilità. Se l’aspetto estetico dell’artwork di copertina e del concept che vi ruota attorno appare fin da subito molto ben curato, l’oscuro e pesante labirinto compositivo di Daniel Brennare e soci potrebbe creare qualche perplessità nell’ascoltatore che si approccia per la prima volta alla band, così come in quello che la segue da oltre 25 anni. Perchè è il caso di ricordare che, negli anni ’90, i Lake Of Tears sono stati veri e propri portabandiera del doom metal, con due pietre miliari come A Crimson Cosmos e Forever Autumn; dopo di che hanno dato il via a sperimentazioni sempre più spregiudicate, con le quali hanno attirato su di sé non poche critiche da parte dei cultori del loro genere di partenza.

In Ominous la componente doom torna nuovamente preponderante, ma ancora una volta mescolata a molto di più. E’ difficile incastonare questo lavoro in un genere preciso, dato che le influenze post-punk, gothic rock e progressive giocano un ruolo importante nel groviglio sonoro delle nove tracce che compongono l’opera. Se ci si sofferma sul tema portante del disco, ci si può ritrovare persino un tocco del David Bowie dell’era di Spece Oddity, chiaramente in chiave ancora più disperata: la visione di un oscuro viaggio interstellare verso la la fine del mondo, con le figure chiave del cosmonauta, che rappresenta l’umanità intera, e dei due fratelli “ominous” (nefasti, portatori di sventure).

Si parte con la già citata “At The Destination”, il cui groove danzereccio in stile Sisters of Mercy potrebbe far pensare ad una virata fin troppo decisa da parte del quartetto svedese. In realtà gli stilemi doom riecheggiano già qua e là, grazie al buon lavoro degli archi nelle retrovie, e tornano protagonisti nella seconda traccia, “In Wait And In Worries”, in cui ci ritroviamo improvvisamente catapultati in un gelido e desolante inverno nucleare. Come un moderno bardo sopravvissuto alla catastrofe, Brennare, accompagnato da una chitarra acustica, ci narra della sua miserevole condizione in una sorta di tragica cantilena (“How could you let me come here alone? Leave me to wander this world of stone? It shatters my dreams and it chills my bones…”).

Lost In A Moment” è un’altra centrifuga di generi, condita da ottimi riff di chitarra e una grande lavoro sull’atmosfera. “Ominous One” è probabilmente il pezzo più metal di tutto il disco, in cui i ritmi si fanno più serrati e il cantato più aggressivo; narra dell’incontro con il primo dei due fratelli nefasti, quello che colpisce il corpo e provoca dolore fisico – mentre il suo naturale seguito, “Ominous Too”, è una melancolica ballata sull’impossibilità di reazione da parte dell’essere umano di fronte ad un senso di tragedia imminente. “One Without Dreams” si muove tra atmosfere dark e chitarre pesanti; ancora una volta uno spirito gothic rock alla Christian Death aleggia su tutto il pezzo, conferendogli un tocco di dinamicità in più. “The End Of This World”, l’unica traccia strumentale del disco, è un ottimo esercizio progressive-doom. “Cosmic Sailor” rappresenta un grande momento di introspezione; potrebbe essere il pezzo più vicino al vissuto personale dell’autore Daniel Brennare, che lo scorso anno ha pubblicamente dichiarato di soffrire di problemi di salute cronici, che hanno influenzato profondamente la scrittura di questo disco. Il tragico viaggio spaziale si conclude con “In Gloom”, un pezzo intriso di malinconia ed ispirazione rock anni ’70, forse un neanche troppo velato omaggio ai Pink Floyd.

Ominous è un disco che si addice a menti aperte e a giorni freddi, piovosi, perfetti per perdersi nelle sue melodie con una tazza di tè fumante o un calice di buon vino tra le mani. Non si tratta di un’esperienza d’ascolto semplice nè gioiosa, ma è senza dubbio una di quelle che lascia una scia dietro di sé. E dentro di voi.

Etichetta: AFM Records

Anno: 2021

Tracklist: 01. At The Destination 02. In Wait And In Worries 03. Lost In A Moment 04. Ominous One 05. Ominous Too 06. One Without Dreams 07. The End Of This World 08. Cosmic Sailor 09. In Gloom

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