Labyrinth – Recensione: Welcome To The Absurd Circus

Dopo la parentesi del live registrato al Frontiers Metal Festival (dove posso confermare che diedero luogo ad un’esibizione di altissimo livello) i sempreverdi Labÿrinth tornano sul mercato, sempre per l’etichetta partenopea, con “Welcome To The Absurd Circus” donando finalmente un successore al riuscitissimo “Architecture Of A God”.

“The Absurd Circus” parte senza fronzoli in pieno Labÿrinth style con una bella spinta del nuovo batterista Mattia Peruzzi, un refrain di scuola classic hard rock e le tastiere di Oleg Smirnoff a legare il tutto come solo lui sa fare (chi si ricorda i primi album degli Eldritch sa a cosa mi riferisco). La voce di Roberto Tiranti ha ancora un tono notevole nonostante siano passati più di vent’anni dal suo esordio con la band, il che permette al duo Cantarelli/Thorsen di poter spingere sul pentagramma anche verso scelte ardite consci della versatilità del cantante.

“Live Today” è un missile power che rimanda proprio al periodo di “Return To Heaven Denied” seppur abbastanza canonico; molto più vario il mid tempo articolato a titolo “One More Last Chance” che trova il suo completamento grazie ad una porzione solista trascinante. Molti dei pezzi centrali dell’album si muovono in una sorta di comfort zone per i Labÿrinth che comunque conoscono ormai a menadito la materia power prog, anzi hanno contribuito in maniera sostanziale o forgiarla.

“The Unexpected” è un altro uptempo sparato a velocità folle paragonabile agli Stratovarius della seconda metà degli anni novanta (ai quali i nostri sono stato spesso accostati pur essendo decisamente più originali). “Dancing With Tears In My Eyes” degli Ultravox è l’immancabile cover estrapolata da un contesto differente che i Labÿrinth piazzano in ogni loro album; ottima versione per un pezzo anni ottanta che era già stato rivisitato dai prog metaller tedeschi Dreamscape. “Sleepwalker” potrebbe essere una potenziale bomba live, quando si potrà tornare ad ascoltarlo in quella dimensione che tanto ci manca, per il suo passo deciso ma anche ritmato mentre “A Reason To Survive”, al suo opposto, è una ballad acustica con un Tiranti sugli scudi.

“Finally Free” chiude “Welcome To The Absurd Circus” con il gran lavoro di basso di Nik Mazzucconi incorniciando un pregevole comeback, forse non l’apice dei nostri a livello di songwriting e per quanto mi riguarda un gradino sotto il suo predecessore ma con copiose dosi di sapienza metallica e melodica, ingredienti che spesso mancano a band anche blasonate.

Bentornati Labÿrinth!

Alberto Capettini

Ladies and Gentlemen, finalmente ci siamo!

Il grande ritorno dei Labyrinth è previsto il 22 gennaio 2021 con la pubblicazione del loro nuovo album “Welcome To The Absurd Circus” (a distanza di quasi quattro anni da “Architecture of a God”) sotto etichetta Frontiers Music SRLUn album pervaso da un grande flusso energia che passa da un brano all’altro senza mai fermarsi, attraverso tematiche ,colori e sfumature sonore differenti provenienti da vari generi musicali ammaestrati sapientemente dai musicisti della band che, come già sappiamo, hanno tecnica e stile da vendere! I Labyrinth aprono le danze con “The Absurd Circus”, brano che dona il titolo all’album e che può essere interpretato come uno specchio che riflette l’assurda situazione mondiale presente in questo periodo, causata dal covid.

“Keeping the distance to survive” ovvero “mantenendo la distanza per sopravvivere”, quella distanza che sta allontanando le persone in modo innaturale e nocivo creando un nuovo modo di vivere del tutto privo di contatto che fa davvero paura. Oltre al profondo significato del testo, abbiamo una parte musicale piena di energia che sfocia in un assolo di chitarra caldo e vigoroso, supportato dapprima da un arpeggio delicato e profondo e successivamente da una parte ritmica molto decisa sulla quale non mancano virtuosismi chitarristici pro shredding, una bella varietà sonora e stilistica frutto di un efficace lavoro di squadra dei due chitarristi Andrea Cantarelli e Olaf Thorsen, rincorsi dall’accattivante solo del tastierista Oleg Smirnoff, veloce e dinamico.

Andando avanti con l’ascolto Roberto Tiranti ci “spettina” con un inaspettato Scream sul finale, azzeccatissimo per una chiusura degna della forza sprigionata da questo brano! Uno dei miei pezzi preferiti racchiusi in questo capolavoro, davvero di forte impatto.

Procedendo con la tracklist ci imbattiamo in “Live Today”, brano Power Metal dove la voce va di pari passo con la forza sviscerata dalle parti strumentali seguendole e creando un interessante saliscendi dinamico passo dopo passo all’interno del brano, molto veloce, nel quale non manca una stupefacente parte strumentale dove la chitarra è la protagonista, supportata dalla minacciosa batteria di Mattia Peruzzi, sempre vigorosa e impeccabile.

Passiamo a un’introduzione più soft rispetto ai brani precedenti in “One More Last Chance”, dove la voce viene messa in risalto, supportata da un arpeggio intenso e dalla delicata presenza delle note del bassista Nik Mazzucconi, che si fa sentire quanto basta per abbellire l’introduzione, con grande gusto.

Da questo inizio ci aspetteremmo una ballata lenta, e invece… I Labyrinth ci stupiscono sempre! La dinamica sale e il brano prende velocità e intensità, senza essere mai “troppo” ma evolvendosi progressivamente. Ancora una volta abbiamo una parte solista degna di nota, che inizia quasi sospesa per poi esplodere letteralmente.

Ancora una volta le linee melodiche sono molto efficaci e rimangono impresse, aiutate dal riff di chitarra caratteristico del brano che “entra in testa” e che gli dona un tocco di personalità in più.

Il flusso di energia che pervade questo album non si ferma e continua in “As Long As It Lasts” con la presenza di chitarre belle “pesanti“ già a partire dall’inizio del brano, assieme a un basso molto presente e alle freschissime tastiere che creano un’atmosfera quasi misteriosa all’inizio del pezzo. Brano nel quale è presente una grande intensità interpretativa sia nei suoni scelti per ogni strumento, sia all’interno delle parole del cantante, che adotta atteggiamenti espressivi differenti a seconda del momento spiccando particolarmente nella parte strumentale con vocalizzi inaspettati.

Ehi! Ma non vi ricorda qualcosa questo guitar theme, un po’ alla Iron Maiden? Ebbene sì! Ci troviamo davanti a “Den Of Snakes”, quinto brano della tracklist dove ci possiamo imbattere in uno special strumentale ricco di stile, abilità tecnica e grinta, introdotto da una back voice parlante che tratta la tematica portante di questo brano, ovvero internet e i social media, ”tana dei serpenti” dei tempi d’oggi. Una tematica molto attuale, affrontata con il supporto di una bella dose di Rock in vena.

Una linea vocale delicata introduce “Word’s Minefield”, letteralmente “Campo Minato della parola”, in riferimento all’ipocrisia che pervade il mondo attuale anche riguardo al linguaggio, con un’impronta musicale che rimanda un po’ agli anni 80, incalzante e ricca di forza, e che come tutti i pezzi ascoltati non manca di dinamica .

Finora questo album mi ha stupita molto per la varietà tematica e stilistica presente in ogni pezzo, che parola dopo parola e nota dopo nota non si presenta mai prevedibile pur mantenendo nelle sue fondamenta lo stile tipico dei Labyrinth.

Inizio con il botto per “The Unexpected”, brano massiccio e veloce con influenze progressive metal, un vero e proprio fuoco vivo, dove la ritmica fenomenale del batterista trascina con sé in questo turbinio di energia la tastiera e le prepotenti chitarre che vogliono l’ultima parola in quella che sembra essere una vera e propria conversazione musicale molto accesa ( e ci riescono).

A seguire, è presente una cover dell’intramontabile brano “Dancing with Tears in my Eyes” degli Ultravox, brano pop degli anni 80 rivisitato in chiave metal, ma sempre in modo molto rispettoso e in perfetto stile Labyrinth,a cui segue il brano “Sleepwalker “, presentato in prima battuta dalla tastiera di Oleg, seguita dall’attacco delle poderose chitarre che lasciano presto spazio all’irriverente giro di basso che accompagna la voce con un perfetto sound “ruvido” che contrasta perfettamente con l’atmosfera sognante creata dal tocco delle tastiere.

Con “A Reason To Survive” è arrivato il momento per una bella ballata, sicuramente non prevedibile, ma molto originale, profonda e sentita.  L’approccio questa volta è più acustico, la voce è vellutata e avvolgente e assieme agli strumenti e alle parti corali crea un’atmosfera quasi sospesa e ricca di intensità, ove l’utilizzo del basso fretless dona quel tocco di dolcezza in più che si fonde con il calore delle chitarre e con l’espressività vocale. Ho amato questo pezzo, mi ha trasportata in un’altra dimensione per qualche minuto e sono sicura che ascoltandolo in cuffia avrete la mia stessa sensazione.

Troviamo in chiusura, come undicesimo brano “Finally Free”, un bello schiaffo in faccia dopo la delicatezza della ballata precedente, potente, con la voce di Roberto che raggiunge note sempre più alte passo dopo passo .

Spiccano le chitarre di Olaf e Andrea, seguite dal solo di basso di Nik che va a sfumare sulla sognante tastiera di Oleg per poi far rientrare con irruenza le chitarre supportate dalla disarmante cattiveria di Mattia, arrivando a un finale inaspettato, delicato, che pone una fine degna di nota a questo interessantissimo e emozionante viaggio musicale iniziato dal primo brano dell’album e portato ora a termine.

Lisa Mancini

 

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2021

Tracklist: 01. The Absurd Circus 02. Live Today 03. One More Last Chance 04. As Long As It Lasts 05. Den Of Snakes 06. Word's Minefield 07. The Unexpected 08. Dancing With Tears In My Eyes 09. Sleepwalker 10. A Reason To Survive 11. Finally Free
Sito Web: https://www.facebook.com/labyrinthitaly/

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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