Fleshgod Apocalypse – Recensione: Labyrinth

Se dovessi dar retta a molti miei connazionali dovrei dire che la musica in Italia è morta, ma che soprattutto il metal è morto. E invece, cari miei compatrioti, è qui che sbagliamo e dobbiamo ricrederci, perchè se c’è una band che in assoluto merita di avere successo e fama sono i Fleshgod Apocalypse, italianissimi e fin troppo sottovalutati.

Arrivati ormai alla soglia del terzo ed decisivo album, i Fleshgod Apocalypse offrono una ricetta che unisce in sé death metal e musica classica, talvolta lirica. Dopo i precedenti “Oracles” e “Agony”, la band ritorna sulle scene con un concept album intitolato “Labyrinth”, il cui tema prende spunto dalla mitologia greca.
Anticipati dai video di “Elegy” e “Minotaur (The Wrath Of Poseidon)”, il lavoro si presenta come un percorso musicale di undici canzoni che, seguendo i ben famosi miti di Teseo e Arianna e del labirinto di Cnosso, riconduce ad una metafora molto più concreta, ossia la ricerca di noi stessi. “Elegy” è un brano potente, intenso, veloce e su cui la batteria è l’elemento predominante. L’intro, molto epic metal, incarna perfettamente l’unione fra mondo classico, fatto di archi e pianoforte, e mondo metal, fatto di batteria e chitarre distorte al massimo. Il cantato, con un growl molto potente e che non lascia scampo a nulla di melodico, dà un tocco tetro e teatrale al pezzo, che risulta essere una perfetta chimera musicale. “Minotaur (The Wrath Of Poseidon)” ha un incipit che potrebbe essere la colonna sonora di un qualunque film di Tim Burton. Malgrado l’apparente mood cupo, il brano ha un interessante sviluppo che culmina con un assolo di chitarra molto heavy e che, a tratti raddolcisce, il growl e smorza i toni solenni dei cori, altro elemento fondamentale e studiato ad hoc. “The Fall Of Asterion” è uno dei pezzi migliori dell’album: archi, cori, chitarre e growl si intrecciano trovando un connubio senza precedenti. I violini, così come la batteria, incalzano un ritmo veloce, adrenalinico e concitato che rispecchiano in pieno il titolo della canzone. Il brano si conclude con un’improvvisa interruzione che lascia con il fiato sospeso, fiato che si recupera con la seguente “Prologue”, incredibilmente melodica e poetica, che si completa, come una sorta di ying e yang, con la successiva “Epilogie”. Ogni brano trasmette un senso di epico, storico e antico, ma con “Pologue”, grazie soprattutto alla voce lirica di Veronica Bordacchini, si raggiunge il picco massimo. L’intelaiatura della composizione è molto sofistica e complessa, fatta di una malinconica viola, chitarre molto veloci, batteria costante e ben picchiata, assoli che si uniscono e sostengono l’incontro fra lirico e growl. “Labyrinth”, titletrack e brano conclusivo, riprende musiche già sentite all’interno dell’album ma con un accezione più classica. Il pianoforte di Francesco Ferrini, solenne e soave, trasmette il senso di fine, di conclusione, e regala un momento di alta musica. Tenendo conto che le canzoni precedenti erano tutt’altro che posate, possiamo dire che nella sua tranquillità rilassante e malinconica “Labyrinth” sia un finale ad effetto, molto mistico, introspettivo e quasi ipnotico. Non è da molti osare fino a questo punto, ma i Fleshgod Apocalypse non demordono e dimostrano una conoscenza eclettica e per nulla superficiale della musica.
Se il terzo album è quello decisivo, “Labyrinth” non fa che consacrare e portare ad alti livelli la carriera di questa band che merita di avere un grande successo e che fa sicuramente premiata per l’originalità, la genialità e la complessità delle loro composizioni.

Voto recensore
8
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2013

Tracklist:

01. Kingborn

02. Minotaur (The Wrath Of Poseidon)

03. Elegy

04. Towards The Sun

05. Warpledge

06. Pathfinder

07. The Fall Of Asterion

08. Prologue

09. Epilogue

10. Under Black Sails

11. Labyrinth


Sito Web: www.fleshgodapocalypse.com

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Labyrinth: Live Report della data di Genova

La serata dei Labyrinth al New Bulldog è l’ennesima testimonianza di come i sei alfieri non perdano mai la verve di rendere speciale il proprio show, anche nelle condizioni più avverse, come improvvisi (e continuati) blackout di cause ignote. Professionalità encomiabile, un pubblico che sostiene e incita di continuo la band: cosa volere di più?

Un locale straripante al limite del sold out, in cui si nota anche la presenza di fans giunti da quell’oriente che i nostri si apprestano ad attaccare nel prossimo maggio col Banzai Tour 2004 accoglie l’intro di Terminator che muta immediatamente in ‘Synthetic Paradise’. La voce di Tiranti si sente ma lui non si vede! Playback? Nemmeno per sogno: lo si vede mentre si fa largo tra il pubblico per saltare poi sul palco. Essendo però esso una semplice pedana rialzata, di fronte a Cantarelli e soci, si scatena un pogo che rischia più volte di travolgere la band.

I nostri non se ne hanno affatto a male, tanto che continuano imperterriti a macinare le seguenti ‘Livin’ In A Maze’ e la osannata ‘Moonlight’. Il primo di una (fortunatamente) breve serie di improvvisi blackout si ha poco prima dell’assolo finale di ‘Kathryn’: nessun problema, un paio di minuti e tutto riprende da dove era stato lasciato. Con il primo refrain di ‘The Prophet’ il suono scompare improvvisamente… e qui i Labyrinth superano loro stessi, con una ripresa dall’inizio della song a velocità decisamente superiore all’originale. Tra le risate del pubblico, la canzone riprende corpo e potenza sino al top di un Cantarelli che sfoggia uno dei migliori solo mai composti dalla band.

Ripartendo a pieno regime, i migliori episodi della decennale carriera dei Labyrinth vengono snocciolati, sino alle “vetuste” ‘New Horizons’, ‘Piece Of Time’ e l’anthemica ‘Thunder’ in cui Pier Gonella entusiasma fino all’ultimo dei presenti. Performance da manuale per il chitarrista ligure che, da semplice turnista live, ha visto mutare – ormai da mesi – il suo ruolo nel Labirinto in axeman ufficiale. La prova maiuscola di stasera lo ha confermato per l’ennesima volta.

Quando sembra che i giochi siano fatti, Roberto asserisce di non preoccuparsi se il bis che stanno per concedere non sarà del tutto perfetto. Invece ecco una strepitosa cover di ‘Highway Star’ che scatena l’isterismo di massa, compreso quello della “rockstar” Wild Steel, presente nelle prime file.

Una serata stupenda, di quelle che si ricordano, di quelle che rimangono – speriamo – anche nei ricordi di una band, che affronterà tra pochissimo un vero tour de force in oriente: il Banzai Tour 2004.. e mai un titolo fu più appropriato!

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