Kyros – Recensione: Celexa Dreams

Esordirono giovanissimi nel 2014 con un album eponimo a nome Synaesthesia grazie all’aiuto del lungimirante Mike Holmes degli IQ e riusciamo finalmente a parlare di loro sulle pagine di Metallus in occasione del nuovo “Celexa Dreams”.

Stiamo parlando dei Kyros, frizzante realtà britannica di post progressive rock con tratti ultra moderni e con influenze pop anni ‘80 che, prima del lavoro che stiamo analizzando, ha prodotto un paio di EP e l’ambizioso doppio album “Vox Humana” (che vi consigliamo di recuperare come il loro esordio citato all’inizio). Dopo la Giant Electric Pea quindi ci pensano oggi John Mitchell e la sua White Star Records ha buttare i Kyros sul mercato con un album lungo, strutturato e sicuramente non immediato nonostante le melodie “facili”.

Abituati alle loro sonorità precedenti e al progressive rock contemporaneo veniamo accolti da “In Motion”, pezzo che ha innegabili echi di Depeche Mode e Tears For Fears; la sezione ritmica Episcopo/Johnson ci porta verso derive decisamente più tecniche ma il sax sul finale catapulta l’ascoltatore davvero indietro di 35 anni almeno. È davvero ammirevole come questi ragazzi, che non hanno vissuto quell’epoca, riescano a riportare in vita sonorità che faranno storcere il naso ai true defenders ma che fanno comunque parte della storia della musica; “Rumour” ha punti di contatto con la produzione di Vince DiCola e siamo sicuri che Adam Warne abbia buttato un orecchio alla produzione del musicista americano.

Warne è il fondatore di questa interessante realtà musicale e oltre ad esserne il frontman si occupa del mastodontico lavoro di tastiere e composizione… davvero un talento! Un pezzo come “In Vantablack” porta all’estremo, sempre col dovuto rispetto, quanto fatto dagli Haken su “Affinity” o addirittura la concezione di prog dei Rush di “Power Windows” e “Hold Your Fire” e degli Yes epoca Rabin… una goduria per chi apprezza il prog non sempre ancorato alle origini; stesso discorso per “Two Frames Of Panic” uno degli altri highlight del disco.

Certo, se si allarga il giudizio al quadro d’insieme, non avremmo disdegnato delle chitarre un po’ più presenti ma pare chiaro come si sia volontariamente data un’impronta all’album sbilanciata verso le tastiere… un po’ alla maniera dei loro connazionali Frost* che probabilmente sono la band a cui i Kyros guardano maggiormente. Per le chitarre in realtà veniamo accontentati su “Technology Killed The Kids III” che è la continuazione di due  pezzi presenti su “Synaesthesia” e “Vox Humana” dove il tratto sperimentale degli inglesi spinge ancora di più sull’acceleratore nonostante un refrain “in regola”; percepiamo qualche scoria dei Mr. Bungle in qualche passaggio, ciò a dimostrare l’apertura mentale di Warne & friends.

Essendo già un conoscitore della loro produzione precedente non posso non notare come i nostri abbiano alzato l’asticella sia in termini di ambizione (ricordiamo che sono comunque già andati in tour con gli Spock’s Beard e suonato in importanti festival europei) che di stile musicale completamente libero da schemi prefissati.

Per il sottoscritto, uno degli album dell’anno… senza se e senza ma!

Etichetta: White Star

Anno: 2020

Tracklist: 01. In Motion 02. Rumour 03. In Vantablack 04. Ghost Kids 05. Phosphene 06. Technology Killed The Kids III 07. Sentry 08. Two Frames Of Panic 09. UNO Attack 10. Her Song Is Mine
Sito Web: http://www.kyrosmusic.com

alberto.capettini

view all posts

Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login