Kryptos – Recensione – Afterburner

Se state leggendo la recensione in cerca di un ascolto originale, distintivo e che aggiunga qualcosa alla vostra recente top ten, potete tranquillamente ignorarla dopo queste prime due righe. Fondati nel lontano 1998 in India, i Kryptos hanno pubblicato il loro più recente album, “Afterburner” nel 2019. Chi ha già ascoltato i precedenti album del gruppo sa già cosa aspettarsi: thrash/classic metal in accordatura standard con continue progressioni in una sola chiave (in alcuni casi senza usare la prima corda) in palm-muting, ritmiche spinte ma mai particolarmente veloci (in alcuni casi anche abbastanza lente, come a rendere le canzoni “epiche”) e voce sporca che potrebbe tranquillamente nemmeno esserci. Venuti parzialmente alla ribalta per essere stato il primo gruppo metal indiano ad aver suonato un set pieno al Wacken Open Air, questo primato perde un po’ di significato, in vista di una proposta così derivativa e ripetitiva. I primi album del gruppo, comunque, erano molto più vicini a un tipo di thrash tipico di gruppi come Slayer (con tanto di accordatura in Mi bemolle), ma in seguito, con Burn Up the Night, aggiunsero elementi bizzarri che richiamavano il black metal, addirittura nella sua variante depressive.

Musicalmente, il gruppo ha compiuto un gran salto di qualità dal loro secondo album “The Ark of Gemini”, non solo nella produzione (inascoltabile e a dir poco amatoriale quella della pubblicazione citata), ma anche a livello di songwriting, soprattutto se pensiamo alla fissazione col metal classico di “The Coils of Apollyon” e quella col black in “Burn Up the Night”. Tuttavia, i meriti finiscono qui. “Afterburner” inizia con le tipiche ritmiche d-beat della title track, con cui il metal classico ha sempre convissuto fin dai lontani anni 80, ma la canzone è basata su un singolo riff per 4:38 e nemmeno un assolo. Per il resto dell’album, continua, chissà con che coraggio, a basare ogni singola canzone negli stessi riff in La minore con drone alla quinta corda aperta, con rare attuali progressioni, quasi sempre di una semplicità quasi ingenua (“Dead of Night”, “Mach Speed Running”), altre volte con melodie con ritmiche in stile marcetta saltellante (“Red Dawn”) oppure in fraseggi in tremolo copiati dai Rotting Christ (“Crimson Queen”).

Come avete potuto vedere dalla recensione, questo è un gruppo povero di idee e di concept, che vorrebbe suonare metal classico e primordiale ma nella maniera più scontata possibile e con poca tecnica. Forse negli anni 80 avrebbero avuto un senso, ma adesso ci vuole poco ad asfaltare un album come “Afterburner”, perfino l’album omonimo dei Sinister suonava meglio. D’altro canto è pur vero che una certa audience metal ha una precisa domanda di roba come questa: che se la divorino pure, a noi non fa né caldo né freddo.

Etichetta: AFM Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. Afterburner 02. Cold Blood 03. Dead of Night 04. Red Dawn 05. On the Run 06. The Crimson Queen 07. Mach Speed Running 08. Into the Wind

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Paolo

    Recensione penosa e ingiustificatamente penalizzante come poche … non avete nemmeno più il coraggio di mettere i voti agli album che recensite . Scommetto che non pubblicate nemmeno il mio commento

    Reply
    • Alberto Capettini

      Ciao Paolo, sul giudizio contenuto nella recensione torniamo all’annoso problema dei gusti personali che non ci sembra il caso di dover riesumare per l’ennesima volta anche se ogni recensore dovrebbe mantenersi distaccato ed oggettivo il giusto; si può essere o meno d’accordo con lo scribacchino di turno ma non si avranno mai giudizi combacianti alla perfezione.
      Non ci sono grossi problemi a pubblicare il commento, basta solo che tramite esso non si perda di vista la buona educazione.
      Questione voti è stata una scelta redazionale che vedremo di argomentare il prima possibile… buon weekend

      Reply (in reply to Paolo)

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