Kreator – Recensione: Extreme Aggression

Ristampato di recente dalla BMG, insieme ai tre album precedenti, “Extreme Aggression” rappresenta quello che nella carriera di una band può essere definito l’album della svolta professionale. Se infatti solo pochi anni prima i Kreator avevano cominciato come inesperti giovinetti, dediti a fare casino con i loro strumenti e poco più, ormai possiamo tranquillamente dire di essere di fronte ad una formazione che ha raggiunto una maturità artistica di tutto rispetto e che, alla già ben presente vena creativa, è in grado di aggiungere abilità esecutive e compositive di spessore.

Il successo che in quegli anni comincia a godere un genere come il thrash permette poi anche ad una label indipendente come la Noise di programmare investimenti di un certo peso, soprattutto grazie agli accordi con una major come la Epic per il sempre fondamentale mercato americano. Si pensa così di affidarsi ad un produttore di spessore come Randy Burns e, cosa quasi incredibile per un genere underground, il disco viene addirittura reinciso una seconda volta negli U.S.A. dopo che una prima session europea non aveva dato i risultati sperati.

Nasce così quello che per molti rimane uno dei capisaldi del thrash, un lavoro che è racconta perfettamente quale evoluzione stava subendo la musica estrema in quegli anni. Se infatti le canzoni non mancano sempre di puntare l’accento sull’aggressività (e il titolo mica viene scelto a caso), allo stesso tempo Mille Petrozza e soci cominciano ad accostare alla brutalità di fondo anche parti più armoniche e scorrevoli, nonché passaggi e strutture ritmiche elaborate.

Anche se termini come prog o techno-thrash sono decisamente eccessivi, va rimarcato il fatto che lo stesso Mille citasse tra i gruppi preferiti all’epoca band come Megadeth e Rush, il che in qualche modo pare aver lasciato una piccola influenza sulle composizioni.

Quasi tutti i pezzi, a partire da “Extreme Aggressions” e “No Reason To Exist”, hanno infatti un bel numero di cambi di tempo e evidenziano incastri ritmici che, se già avevano cominciato a far capolino nel precedente “Terrible Certainty”, vengono qui maneggiati con superiore sicurezza e senza mai inficiare impatto e fluidità.

Ogni pezzo gode di una propria personalità, ma oltre alla citata title track è forse il singolo “Betrayer” ad essere rimasto nell’immaginario dei fan del genere, anche grazie ad un videoclip girato nell’Acropli greca che all’uscita del disco fece bella mostra di sé un po’ ovunque si parlasse di metal (mi ricordo più di un passaggio sulla nostra Videomusic, ad esempio).

Non che le altre canzoni siano però così inferiori come potenziale, anzi. Se infatti escludiamo la fin troppo vecchio stampo (anche se viene da ridere ad usare questo concetto oggi, quando sono parecchie le giovani band a suonare ancora più old school) “Bringer Of Torture”, il resto del disco suona fresco, personale e ben concepito. Un brano come “Don’t Trust” è forse ancora oggi uno di quelli ritmicamente più storti composti dai Kreator (un dramma per il povero Ventor!), così come “Stream Of Consciousness” o “Some Pain Will Last” vantano una struttura con inserimenti armonici e sfuriate violente che dimostrano tutta le possibilità evolutive di un sound che si rivela (e si rivelerà) concettualmente più profondo e articolato di quanto si potesse sospettare.

Anche i testi sono meglio pensati e scritti. In qualche modo qui i Kreator riescono a dare una maggiore pienezza concettuale anche a questo lato della loro proposta (molto bella ad esempio la descrizione emozionale di “Stream Of Consciousness”), dimostrando di prendersi sul serio, senza velleità letterarie, ma cercando di trasmettere qualcosa di più importante di una serie di urla sconnesse. Se oggi infatti si tende a dare per scontato come certe tematiche facciano parte di un linguaggio espressivo, anche una canzone semplice e di puro impatto come “Love Us Or Hate Us” non era poi così “normale” ai tempi. Così come non è che su ogni disco accessibile al pubblico si potesse sentir parlare di serial killer sotto effetto di stupefacenti, di disastro ambientale o di minaccia nucleare.

Nonostante le paure dei genitori, le famose Explicit Lyrics sono parte integrante di una proposta artistica che ha liberato una generazione dai cliché dell’intrattenimento inerte, non solo attraverso una sua gestualità e una diversa estetica, ma anche prendendosi la briga di parlare di argomenti che sembravano improponibili associati a qualcosa che era concepito solo per divertire, come la musica. Una vera aggressione estrema quindi quella dei Kreator, ma non carente di una lucida e feconda creatività.

Etichetta: Noise Records

Anno: 1989

Tracklist: 01. Extreme Aggressions 02. No Reason to Exist 03. Love Us or Hate Us 04. Stream of Consciousness 05. Some Pain Will Last 06. Betrayer 07. Don't Trust 08. Bringer of Torture 09. Fatal Energy

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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