Kreator – Recensione: Endless Pain

Sono oggi una delle più affermate e competenti thrash metal band del mondo, ma al tempo in cui realizzarono il debutto “Endless Pain” i Kreator, nome appena scelto come alternativa al meno soddisfacente Tormentor, erano poco più che dei ragazzini, tanto carichi di entusiasmo, quanto privi dei più basilari rudimenti professionali. Non di meno l’album in questione, frutto di appena una decina di giorni di lavoro ai CAT Studios di Berlino, è una pietra miliare del thrash tedesco e anche uno di quei lavori che non poco ha contribuito ad influenzare la generazione successiva di blackster per l’impasto grezzo dei suoni e il songwriting diretto e brutale.

Se infatti i nostri a posteriori lamentano di non essere stati troppo seguiti dal produttore nel lavoro in studio (che avrebbe, per pigrizia, addirittura fatto buone alcune take contenenti errori di esecuzione), il risultato finale gode comunque di una spontaneità che in un certo senso meglio ha preservato la naturale aggressività di canzoni come la title track o quella magistrale mazzata che è “Total Death” (che non a caso, crediamo, è anche il titolo di un album dei Darkthrone).

Il sound tagliente delle chitarre, la spinta incessante e ossessiva della sezione ritmica e, soprattutto, i vocalizzi al vetriolo di Petrozza e Ventor, che al tempo si dividevano il ruolo di cantante, sono ancora oggi un esempio di brutalità notevole…. figuriamoci nel 1985. I Kreator spostavano un passo oltre il concetto stesso di thrash, incorporando in modo del tutto naturale le reminiscenze della più classica scena inglese e la velocità sfrenata del metal più estremo proveniente in gran parte dagli Stati Uniti.

Guerra, violenza e Satana sono le tematiche su cui principalmente si concentrano i non proprio illuminati testi di canzoni come “Storm Of The Beast”, “Tormentor” o “Son Of Evil” (dedicata all’inquietante film “Rosemary’s Baby”)… nulla di serio, sia chiaro, ma evil quanto basta per gasare dei giovani metallers e comunque tutto perfettamente in accordo con la cattiveria musicale messa in atto.

Il lato B si apre con una canzone come “Flag Of Hate” che presto diventerà uno dei manifesti del gruppo, tanto da far ancora oggi presenza fissa in scaletta. La canzone è l’emblema stesso dello stile inconfondibile della band dei primordi: attacco ritmico martellante, riffing incalzante e asfissiante, alternato a cambi di ritmo repentini e una linea vocale dal timbro demoniaco che promette odio e guerra eterna. È questo più o meno il format a cui aderiscono le canzoni di “Endless Pain”, ma non di meno la fantasia dimostrata dalla band nelle variazioni e nella scelta dei riff portanti mette già in luce tutto il talento compositivo di Petrozza e soci.

Un brano più cadenzato come “Cry War” ha già in sé i primordi di un certo death metal (pensiamo a band come Bolt Thrower o Unleashed, ad esempio), ma anche la violenza quasi insensata di “Bonebreaker” e la cattiveria a metà tra Slayer e Venom di “Living In Fear” sono un esempio che in molti hanno seguito.

Un album che suona ancora oggi fresco e brillante, indispensabile per capire le evoluzioni successive del metal estremo.

Etichetta: Noise Records

Anno: 1985

Tracklist: 01. Endless Pain 02. Total Death 03. Storm Of The Beast 04. Tormentor 05. Son Of Evil 06. Flag Of Hate 07. Cry War 08. Bonebreaker 09. Living In Fear 10. Dying Victims

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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