Korn – Recensione: The Serenity Of Suffering

Li avevano dati per bolliti, nonostante il loro ultimo CD “The Paradigm Shift”, insieme al ritorno del chitarrista Head dopo la sua conversione religiosa, avesse dato buoni segni di ripresa; li avevano dati per bolliti dopo le commistioni e le accuse di tradimento per le derive elettroniche palesate. Sono passati giusto vent’anni da pochi giorni, dal rilascio di quel secondo “Life Is Peachy” che, insieme all’esordio omonimo, insegnò al mondo un nuovo modo di suonare e di esorcizzare i propri demoni col cantato schizofrenico di Jonathan Davis, mente principale dei Korn. Questo nuovo “The Serenity Of Suffering” su Roadrunner Records sancisce un ritorno in pompa magna per il quintetto che non deve dimostrare doti pionieristiche (già fatto) e riesce a dire la propria in maniera prepotente: i demoni sempre presenti nella vita del cantante man mano sono scemati ma sempre comunque presenti come un’ombra eterea che si fa più viva quando la luce è spenta, come negli incubi di ogni bambino.

Passando al lato prettamente più musicale, l’album si apre con “Insane”, subito caratterizzata da una colata di disagio e pesantezza fornita dalla voce e da un refrain ruffiano al punto giusto, ben articolata e che rappresenta un punto d’incontro fra il passato e il presente della band, di sicuro un pezzo da novanta; la qualità è di casa anche nella successiva “Rotting In Vain”, con la sua intro di chitarre, synth e con un riff riuscito e potente, con un suono riconoscibile al 100% unito ad un groove da paura e alle vocals schizofreniche. Giro melodico (e più canonicamente metal nel ritornello) in “Black Is The Soul”, che si mantiene oscuramente strisciante nonostante il cantato: la parte più ritmata nel finale prelude a un breakdown (con un “Just give me back my life” disperato) notevole che riporterà poi la canzone sui binari precedenti; le chitarre di Head e Munky son sempre presenti, come nell’inizio di “The Hating”, in cui accompagnano Mr. Davis per poi partire con un riffone ribollente e ben sottolineato dal sempiterno Fieldy al basso e da Ray Luzier alla batteria, che assesteranno il tutto su un tempo più lento precedente il finale con screaming e chitarre come rasoiate.

“A Different World” è la più volte sbandierata collaborazione con Corey Taylor degli Slipknot: un inizio con bassi spacca-woofer e una vena melodica che prende il sopravvento, sopra la quale duettano le voci di questi due singer a suggellare una ipotetica continuità ideologica temporale fra le proposte delle rispettive corde vocali; “Take Me” ha un ritornello che scorre in ottima maniera e, forse per questo, sembra che ci sia quasi un freno a mano tirato durante la strofa ma il valore del brano è alzato prontamente dal bridge lugubre e dai cori languidi contrapposti all’urlato “Go!” che riporta al sicuro refrain e fa atterrare in maniera sicura anche questa traccia. “Everything Falls Apart” si apre con una base più carezzevole in cui la ritmica costituisce la parte predominante fino ad esplodere in un brano accattivante: il mantra “There is nothing in my head” man mano sale e si sublima in un’eruzione che vomita pesantezza ed oscurità salvo poi ridirigersi nuovamente verso la parte più mainstream, ulteriore sintomo tangibile della dicotomia fra luce ed ombra sempre esistente, anche dal punto di vista iconografico (vedi anche la copertina), per i Korn e per questo “The Serenity Of Suffering”.

Inizio con apporto synth su ritmiche spezzate e chitarra in palm muting per “Die Yet Another Night”, dal bridge spiazzante e martellante, caratterizzata da un’apertura epica coinvolgente che precede un finale sospeso corredato di un recitativo e chitarre sulfuree già presenti all’interno del brano; un incipit particolare per “When You’re Not There”, che si butta a capofitto nelle montagne russe dettate dai suoni in sincrono degli strumenti e fa procedere verso una parte malinconica ed oscura, un demone dentro l’armadio che ride beffardo come certi suoni sinistri che si sentono all’interno del brano. “Next In Line” è pesante, con ritmiche stoppate e scratch, una parte intermedia strana e spiazzante grazie al cantato che porta a “Please Come For Me”, dall’inzio sghembo e dalla seconda parte in cui la bestia interna prende il microfono in mano prima del finale pestone è un po’ penalizzata dal refrain che non convince appieno.

Qui finisce l’edizione normale di “The Serenity Of Suffering”, che nella Deluxe Edition presenta due brani in più, ovvero “Baby”, che è il pezzo più lungo del CD, con un minuto di strumentale che ricorda certe cose dei Senser prima che una cantilena apra la parte cantata e conduca a un ritornello immediato che si stampa da subito in testa, salvo poi riuscire a sconfinare nella pesantezza da dieci tonnellate tipica del gruppo prima di tornare con un gran crescendo alla melodia chiudendo con un mix riuscitissimo; chiusura affidata a “Calling Me Too Soon”, catartica e tipicamente Korn così come lo sdoppiamento vocale presente.

Nel film “L’ultima profezia” Viggo Mortensen rappresenta Lucifero che sussurra nelle orecchie del prete protagonista “…dicevi le preghiere e poi subito a dormire perchè avevi paura che io fossi sotto il letto. E io c’ero”: il nuovo lavoro dei Korn può essere rappresentato in questa maniera, da un punto di vista ideologico, nel senso che i demoni ci sono ancora, dormono sotto il letto ma si possono ripresentare ed essere reali; chiedere al gruppo qualcosa di diverso nel 2016 sarebbe quasi impossibile e allo stesso tempo, musicalmente, ci si trova di fronte a un ottimo lavoro come “The Serenity Of Suffering” che è in grado di dare molti punti a realtà in teoria più fresche. Bentornati, Korn.

korn-the_serenity_of_suffering

Voto recensore
8,5
Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 2016

Tracklist: 01. Insane 02. Rotting In Vain 03. Black Is The Soul 04. The Hating 05. A Different World (feat. Corey Taylor) 06. Take Me 07. Everything Falls Apart 08. Die Yet Another Night 09. When You’re Not There 10. Next In Line 11. Please Come For Me 12. Baby 13. Calling Me Too Soon
Sito Web: http://www.korn.com/

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Lowrider

    Bella recensione, bravo Meschio. Hai colto in pieno sia lo spirito dell’album sia lo spirito di chi i Korn li ama davvero… Rotting In Vain mi ha riportato con la mente al 1997, gran pezzo, sapevo che sarebbe arrivato un bell’album ma questo è di più. E’ un discone della Madonna e scherzando coi titoli… ora si che si “ricordano chi sono”… cazzo quanto mi piace in cantato masticato stile twist! Bentornati davvero

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