King Diamond – Recensione: Abigail

Se si dovesse scegliere tra le tante uscite fenomenali targate King Diamond quella che più ha significato per la carriera del nostro, sicuramente “Abigail” sarebbe in pole position. Il disco nasce infatti in quello che è definibile come un momento di grazia, sia perché la figura di King Diamond, con il suo spettacolo horror, più narrativo e meno esoterico rispetto a quanto proposto con i Mercyful Fate, si sta dimostrando maggiormente efficace per sfondare sul mercato americano, sia perché la maturazione artistica cominciata con “The Portrait” giunge qui a compimento, portando così la band ad un nuovo livello di complessità che si rivela necessario per dare peso al la struttura del concept.

Proprio questa intenzione di raccontare una storia in musica (ricordando che nel metal i concept album non erano proprio un formato comune all’epoca) apre una nuova sfida che spinge King Diamond e i suoi musicisti, e fra tutti ovviamente il guitar hero Andy LaRoque e il suo compare Michael Denner, a crearsi uno stile compositivo diverso da quanto fatto in passato.

L’insieme si fa necessariamente più drammatico ed elaborato, con il nostro sempre più impegnato in cambi di registro vocale, passando con agilità dal tipico falsetto, alla voce piena e melodica, al gracchiato crudele. Un modus operandi del tutto funzionale al seguire lo sviluppo della storia a metà tra horror ed occulto che vede come protagonisti i giovani sposi Miriam Natias e Johnatan La Fay. Quest’ultimo è il rampollo di una famiglia nobile che appena sposato decide di presentarsi alla vecchia casa di famiglia, abbandonata da tempo, per riprenderne possesso. Al suo arrivo trova sette misteriosi cavalieri che tentano inutilmente di dissuaderlo dalla sua idea, raccontando di come la magione sia infestata dallo spirito inquieto di Abigail, nata morta il 7 luglio del 1777, in seguito all’uccisione della madre da parte del tradito Conte Di La Fay. Come avrete immaginato le cose non andranno esattamente come la spavalderia di Johnatan aveva previsto e ben presto la trama diabolica dello spirito crudele di Abigail si metterà in moto, il tutto verso un finale da scoprire solo andando ad ascoltare il disco e leggendosi le liriche.

Non meno protagonisti sono però i musicisti coinvolti, non solo per la citata versatilità dello stesso King Diamond, ma anche per il costante apporto di una base ritmica solida e moderna come quella composta da Timi Hansen e Mikkey Dee (un vero martello di potenza, ma preciso come uno scalpello da scultore), e per il fraseggio chitarristico a dir poco strabiliante messo in atto dal duo LaRoque/Denner, sempre più che eccellenti negli assoli e amalgamati alla perfezione nelle ritmiche non certo lineari che il disco richiede. Da sottolineare anche come l’uso delle tastiere (suonate dal fido ingegnere del suono Roberto Falcao), se pur non preponderante come in band venute dopo, sia fondamentale per creare quella atmosfera gotica che si rende indispensabile in un contesto come quello in cui si muovono i personaggi del concept.

Un altro grande disco targato King Diamond.

Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 1987

Tracklist:

01. Funeral
02. Arrival
03. A Mansion in Darkness
04. The Family Ghost
05. The 7th Day of July 1777
06. Omens
07. The Possession
08. Abigail
09. Black Horsemen


Sito Web: http://www.kingdiamondcoven.com/site/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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