Khymera – Recensione: Master Of Illusions

E’ una bella storia, quella dei Khymera, perché alla nascita del gruppo hanno collaborato Steve Walsh dei Kansas ed il nostro Daniele Liverani (il suo ultimo Worlds Apart stupisce ed ammalia), perché con l’ingresso di Dennis Ward (Magnum, Pink Cream 69) il progetto si è ulteriormente evoluto e consolidato, e perché la pubblicazione di cinque album in vent’anni ha il sapore deciso della consistenza, senza il retrogusto – spesso amaro – della serialità. Benchè il connubio tra rock e melodia sia ormai collaudato, il punto nel quale ogni band sceglie di collocare il compromesso ideale tra le sue diverse pulsioni vale come la voce segni particolari delle vecchie carte d’identità: se questo rock deve suonare sufficientemente mellifluo da meritare l’appellativo di “melodico”, è pur vero che le sue melodie devono presentare un minimo di spigolosità perché Master Of Illusions venga ammesso a pieno titolo nella famiglia del “rock”. Le scelte operate dai Khymera per raggiungere questo delicato equilibrio sono ortodosse e pienamente condivisibili: ritmiche incalzanti, assoli di chitarra in primo piano, tastiere e cori a mero ma efficace supporto (“Paradise”) ed il cantato melodico ma maschio di Dennis Ward non fanno gridare al miracolo se valutati singolarmente, ma tratteggiano un quadro interessante se considerati nel loro armonico insieme. Un insieme denso e colorato, decisamente upbeat e luminoso (non a caso due degli episodi più convincenti condividono il Sole nel titolo), votato alla celebrazione della vita e dei sentimenti piuttosto che ad un’introspezione che forse stonerebbe con la generale levità del genere.

Dall’opener “Walk Away” alla riccanza di arrangiamenti della title-track, Master Of Illusions è una successione solida di buoni momenti di rock vero ed adulto: complice il basso dello stesso Ward, agile e sempre molto presente, ogni brano presenta un drive evidente e robusto (“The Sun Goes Down” è senza dubbio un buon singolo, “Follow The Sun” e “Victim Of Your Love” la seguono a ruota), soluzioni stilistiche eleganti ed una palpabile idea di classe (“After All This Time” suona come un classico, anche se non lo è), seppure il tutto si riveli costruito su impalcature che alla lunga diventano di cristallina prevedibilità (“The Rhythm Of My Life”). In un quadro nel complesso soddisfacente, fatto di buoni arrangiamenti e crescendo coinvolgenti, suoni rotondi e voce effettata sono clichè tanto necessari quanto sopportabili, quasi a sottolineare la necessità di coniugare forma & sostanza affinchè l’etichetta file under possa appiccicarsi ben salda alla custodia del disco. A Ward e compagni vanno riconosciuti meriti che non sono di poco conto: su queste pagine abbiamo avuto modo di recensire ottimi dischi, anche di produzione italiana, ai quali sono però mancati quell’amalgama sapiente e quella tenuta sulla lunga distanza che nel caso dei Khymera li elevano professionalmente ed artisticamente, promuovendoli di fatto in un campionato di levatura superiore.

La presenza di una sola ballad e mezzo, così come la sostanziale assenza di episodi anche solo leggermente fuori degli schemi, non permette di definire Master Of Illusions come un disco dalle tante chiavi di lettura, multistrato (chi ha detto a cipolla?) né propriamente sfaccettato: al contrario, le sue canzoni costituiscono innanzitutto variazioni piuttosto in your face sul medesimo tema già discusso da Giuffria, Icon e Signal, confermando la bravura della band mentre essa stessa sceglie di confinarsi all’interno di una comfort zone fatta di grintosa ma addomesticata ripetibilità. Ed è un peccato piccolo piccolo, almeno per l’ascoltatore criticone ed incontentabile, perché tanto valide sono le idee profuse dai Khymera in questo album, così come la capacità esecutiva abile a trasformarle in esperienze di ascolto compiute, che Master Of Illusions avrebbe avuto tutte le potenzialità per aspirare a confrontarsi con formati più moderni e contemporanei, dal punto di vista dei suoni, delle contaminazioni ed in ultima analisi del coraggio. Nella veste di velluto a coste in cui sono proposte, queste undici canzoni meritano certamente attenzione, seppure siano destinate a riscuotere l’apprezzamento più convinto dei soli cultori delle sonorità ottantiane, ed ancor più di quelli tra loro che sono meno interessati a tutto ciò che in campo melodico (non) è accaduto negli ultimi trent’anni.

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Walk Away 02. The First Time 03. Master Of Illusions 04. The Sun Goes Down 05. Paradise 06. The Rhythm Of My Life 07. Follow The Sun 08. Father To Son 09. After All This Time 10. Victim Of Your Love 11. Just Let It Happen

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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