Kansas – Recensione: The Absence Of Presence

L’Headbanger Open Air si svolge ogni anno in quel di Brande-Hörnerkirchen, Germania,  dove si possono gustare, accanto a nomi tutelari del metal quali Pentagram o Angel Witch, molte perle di un passato ormai remoto, band dissoltesi anche dopo un solo (intensissimo, per carità) demotape e altre delizie del genere, portate sul palco con scalette di spropositata lunghezza.  Nel caso siate appassionati del genere, vi sembrerà di essere finiti in paradiso, in caso contrario rimpiangerete di non essere morti per davvero. Mi permetto questo preludio da oroscopo de L’internazionale per introdurre i  Kansas, classe 1970, che continuano imperterriti a pubblicare dischi inediti (sia pure con minore frequenza che in passato, il precedente e piuttosto gradevole “The prelude implicit” è del 2016) non degnando di un minimo sguardo la modernità. Agli americani va dato comunque atto di non aver rincorso le fortune di una seconda “Dust in the Wind”, limitandosi piuttosto ad un AOR di buon gusto, attraversato da limpide venature prog. Tanto prog risuona pure nella altrimenti limpida ballata “The Absence of Presence”, che intitola al disco (il sedicesimo di inediti nella loro carriera) e che, proprio per la ricerca ostinata di complessità negli interludi, manca il bersaglio, girando a vuoto per gran parte dei suoi otto minuti. Viaggiano decisamente meglio il piglio hard di “Throwing Mountains”, nobilitata fra l’altro da uno stupendo ritornello, e quel purissimo distillato Arena Rock di “Jets Overhead”, scelta non a caso come singolo apripista.

Per i devoti dei Kansas non praticanti, l’esperienza potrebbe terminare qui, prima di cedere alla tentazione di salire sul palco e spezzare l’archetto del violino di David Ragsdale. Certo, fermandosi in tempo ci si potrebbe risparmiare la retorica pressoché insopportabile dello slow-motion “Memories Down The Lines” e qualche brano decisamente poco ispirato (“Circus of Illusion”, gli anni ‘80 che balenano sinistri nell’arrangiamento di “Animals on the Roof”), ma va anche rilevato che sul finale il disco si risolleva, con una ballata praticamente perfetta (“Never”) e soprattutto con una sorprendente “The Song That River Sang”, non lontana dal concetto di pop formulato dagli A Perfect Circle.
In definitiva, un disco (anche se piacevole) destinato a non lasciar traccia in questo 2020, ma pure un occasione per Phil Ehart e compagni per ripartire in tour. E va bene così.

Etichetta: InsideOut Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. The Absence of Presence 02. Throwing Mountains 03. Jets Overhead 04. Propulsion 1 05. Memories Down the Line 06. Circus of Illusion 07. Animals on the Roof 08. Never 09. The Song the River Sang

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