K. K. Downing con Mark Eglinton – Recensione: Heavy Duty – la mia vita nei Judas Priest

A volte,  la magia si spezza dopo la lettura di una autobiografia di un musicista, in questo caso di Kenneth “K. K.” Downing, fondatore e ascia leggendaria dei Judas Priest. “Heavy Duty”, redatto insieme allo scrittore Mark Eglinton (autore anche di “Confessioni di un Eretico” con Adam “Nergal” Darski dei Behemoth)  e che vuole raccontare la vita di KK fin dall’infanzia molto sofferta, per poi avventurarsi in una brutale descrizione carriera della sua band madre.

Perché brutale? Partiamo dalla mitica coppia di chitarre, appunto K. K. Downing e Glenn Tipton, eccezionali per creatività e affiatamento. Ecco, scopriamo che il rapporto umano invece è stato molto difficile e che KK non ha sopportato spesso il suo collega, grazie a due caratteri che appaiono agli antipodi. Ma Downing usa onestà e veemenza, accusando sempre il suo compagno di averlo emarginato in molte decisioni e scelte prese dai Judas durante la loro storia, e per meri secondi fini personali.

Se la parte iniziale della sua storia familiare è molto intensa e sentita, sicuramente cruda, risalta sicuramente la folgorazione di KK (come tanti altri suoi colleghi certamente) per Jimi Hendrix ed il dolore della sua scomparsa precoce, ed il tentativo di diventare indipendente e sfondare nel mondo della musica. Se per Rob Halford le parole sono quasi sempre dolci ed affettuose (a parte per la sua produzione solista), così non è per esempio per dei giovani Iron Maiden, tacciati di essere arroganti e quasi presuntuosi, proseguendo verso uno scontento personale che avrebbe potuto spingere Downing a lasciare la band fino dalla metà degli anni 80. Tra le grandi paure, certamente i problemi con il PMRC ed il famoso processo, nel 1990, in cui la band è stata accusata di aver traviato, attraverso la sua musica e dei messaggi subliminali contenuti nei dischi, due giovani adolescenti americani, che successivamente hanno provato a togliersi la vita (purtroppo uno dei due riuscendo nell’intento, e dopo qualche anno raggiunto dal compagno per conseguenze mentali fatali di quel tragico incidente). Il tutto però si chiuse con una vittoria della band, andando così a siglare probabilmente la fine di un movimento assurdo che diede realmente filo da torcere a molti gruppi famosi dell’epoca, con motivazioni radicali ed assolutamente bigotte.

Nelle trecento pagine del racconto, molti sono anche gli aneddoti presi dalle lavorazioni dei tanti dischi, tra cui veniamo a sapere che “Painkiller” secondo KK non fu ben accolto dal pubblico nel 1990 (parliamo di un lavoro immenso e ricordato oggi come la rinascita dei Judas dopo il debole “Ram It Down”), oppure che “Angel Of Retribution” è un titolo che Downing odia con tutto sé stesso, troppo severo e punitivo e che il suo “Judas Is Rising” fu sonoramente bocciato dal resto della band. Il “pensionamento” del 2011 viene raccontato come un atto inevitabile ma, sembrerebbe, mal gestito dal resto del gruppo. Certamente, possiamo ben notare un certo protagonismo accentuato di KK, al punto che è riuscito a ridimensionare il successo dei Judas Priest perché hanno venduto molti meno dischi di altre band come Iron Maiden e Def Leppard, e parliamo di circa sessanta milioni di copie, non di noccioline, ma la narrazione è sempre appassionante, vera e ricca di piccoli particolari. Pur togliendo appunto un po’ di magia romantica sulla band, “Heavy Duty”, ottimamente tradotto e pubblicato in Italia dalla Tsunami Edizioni rimane un appuntamento irrinunciabile per tutti i fans del sacerdote di Giuda, in attesa di una ennesima reunion che però sembra non essere nei piani del lungocrinito axeman, ormai dedito a golf e riposo assoluto. Ma…Never Say Never!

Etichetta: Tsunami Edizioni

Anno: 2020


Sito Web: http://www.tsunamiedizioni.com/

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