Atheist – Recensione: Jupiter

Ci sono mancati gli Atheist, inutile negarlo. Nonostante il genere estremo sia infatti oggi legato ad un conservatorismo spinto che incanala un gran numero di produzioni dentro canoni ben stabiliti, destinati ai solo fanatici del sotto-genere, è altrettanto vero che nel periodo di massimo sviluppo creativo il death metal diede nascita ad una serie di band che la voglia di sperimentare l’avevano nel DNA.

Tra questi gli Atheist occupano una posizione di vero culto: il loro sound intricato, le melodie stranianti e progressive, l’uso di strutture compositive personali e poco schematizzate. Tutte caratteristiche che hanno fatto dei loro vecchi album gioielli ancora oggi tra i più splendenti (produzione a parte) dell’estremismo più tecnico ed elaborato.

Non è quindi strano che l’attesa dietro a “Jupiter” sia stata spasmodica e che forse proprio per questo si è finito per l’aspettarsi una rivoluzione che gli Atheist di oggi non sono probabilmente più in grado di mettere in campo. Di sicuro il disco contiene una serie di song straordinariamente ben suonate e ricche di spunti apprezzabili, ma a livello emozionale/comunicativo qualcosa manca.

“Jupiter” appare infatti più come una versione ammodernata di “Piece Of Time” che la continuazione della strada intrapresa con “Elements”. Non che questo sia necessariamente un male, visto che il risultato è largamente superiore a quasi tutto quello che si può sentire oggi nel settore death e affini, ma, complice una scelta di suoni troppo “loud”, ne scaturisce un lavoro piuttosto omogeneo, a volte caotico, in cui le tracce singole si perdono nell’insieme di riff e cambi di ritmo.

Senza dubbio sentire suonare musicisti di tale livello è sempre una gioia (anche se dispiace per la mancanza di Tony Choy, comunque ben sostituito da Jonathan Thompson degli Gnostic) e la qualità del lavoro anche in fase compositiva resta più che buona , visto che brani come “Second To Sun” e “Third Person” non si sentono proprio tutti i giorni,ma avremmo comunque preferito un maggiore accento su variazioni progressive e incisività melodica.

Consigliato caldamente, per il valore intrinseco della band, ma con la sensazione che gli Atheist possano comunque fare di meglio.

Voto recensore
7
Etichetta: Season Of Mist / Audioglobe

Anno: 2010

Tracklist:

01. Second to Sun

02. Fictitious Glide

03. Fraudulent Cloth

04. Live and Live Again

05. Faux King Christ

06. Tortoise the Titan

07. When the Beast

08. Third Person


Sito Web: http://www.myspace.com/kellysatheistwebsite

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Roberto

    Sette è un buon voto, ma io metterei un mezzo punto in più perchè l’album è riuscito appieno. Sono contento che questo gruppo viva il metal cercando sempre l’alto livello artistico. Essi sono il vero rinnovamento del Thrash/Death (anche se quest’anno i Forbidden sono ancora più originali), e affermano il concetto che in questo mondo appiattito si può ancora osare.
    Sono rimasto soddisfatto (ma in generale tutta la produzione metal di quest’anno è migliore rispetto a quella del 2009) perchè la durezza riesce a sposarsi con la creatività senza seguire mode precostituite. Ottima la ritmica e l’arrangiamento ma anche la linea compositiva dei singoli brani.

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