Jorn – Recensione: Heavy Rock Radio II – Executing The Classics

Degli album di cover è stato probabilmente già detto e scritto tutto, così come del loro valore aggiunto, della particolare aspettativa che soddisfano e – in ultima ma non banale analisi – del loro più autentico senso. Eppure le definizioni di Wikipedia offrono spunti di riflessione insperati quando ricordano al recensore amante della lana caprina – come concetto, fare questione di – che “quando un musicista interpreta un brano considerato un classico della musica eseguito innumerevoli volte non si usa il termine cover ma interpretazione. Il termine cover è invece usato per indicare la reinterpretazione di brani recenti (come nel caso delle “cover band” e tribute band, gruppi musicali che interpretano solo canzoni note scritte da altri) o una versione differentemente arrangiata”. La cinica cover sfrutta l’attualità di ciò che è noto qui ed ora, insomma, mentre l’interpretazione omaggia ed accarezza ripescando, scavando più a fondo nelle memorie ed eventualmente insaporendo con qualche nuova suggestione. In virtù del periodo storico dal quale l’album trae la sua maggiore ispirazione, che si colloca nel decennio tra i settanta e gli ottanta, Heavy Rock Radio 2 si pone quindi come un disco di prevalenti interpretazioni, non solo per la qualità artistica elevata che generalmente associamo (con enfasi tutta tricolore) al verbo “interpretare”, ma anche per la possibilità che ci offre di riscoprire classici che in tanti non avremmo avuto occasione di conoscere.

In campo musicale ci sono artisti che hanno fatto della professionalità e della costanza di rendimento il proprio biglietto da visita, pur senza scadere nella mediocrità della ripetizione. Il norvegese Jorn Lande può rientrare a pieno titolo tra queste nobili fila, avendo contribuito con i suoi talenti e con la passione delle sue – appunto – interpretazioni a creare nell’arco di venticinque anni una carriera di alto livello. Heavy Rock Radio II si pone come l’ideale continuazione di un percorso estrattivo intrapreso nel 2016 e si ascolta con piacere, anche grazie al fatto che l’autorevolezza stilistica del singer riconduce senza forzature ogni suo brano ed ogni sua ispirazione a coordinate simili, parti di una scaletta che – nonostante la relativa eterogeneità delle sue fonti – trova fin dalle prime tracce una sua coerente linearità. La natura di HRR2 si definisce anche attraverso ciò che questo album non aspira ad essere: non un disco di eccessi, quindi, né di rivisitazioni spinte o innaturali declinazioni. Al contrario, il suo stile maturo e quadrato è un tratto dominante all’interno di ogni traccia, sebbene la garanzia di questo more of the same presenti una qualità indiscutibile: Love (Santana, 1979) possiede la carica genuina del classic rock come fosse eseguito dal vivo, Quinn The Eskimo (Manfred Mann, 1968) saltella progressiva e leggera sui suoi intricati tappeti di tastiere mentre The Rhythm Of The Heat (Peter Gabriel, 1982) converte senza troppi riguardi un classico alla chiesa dell’heavy metal, come seppero fare i Bloodbound con l’intelligente benchè sottovalutato In The Name Of Metal (2012).

La qualità e la coesione dell’insieme, del quale fanno parte il bassista Sid Ringsby, Tore Moren alla chitarra ed Alessandro Del Vecchio alla tastiera, si avverte sia negli episodi più liquidi (New York Minute in versione acustica, offerta come bonus track nell’edizione giapponese dell’album) che in quelli nei quali Jorn si dimostra ben felice di graffiare: Needles And Pins (Smokie, 1977), I Do Believe In You (Pages, 1991) e Night Life (Foreigner, 1981) comunicano un’energia positiva ed allo stesso tempo elegante, e la sapiente composizione di queste spinte contrapposte rappresenta l’elemento più facilmente distinguibile di un progetto orientato e solido, al quale i contributi dei suoi ospiti (Jgor Gianola, Luca Princiotta, Trond Holter e Andrea Girtuga Seveso) conferiscono ulteriore spessore. Sorprendente? Uhm. Arrangiatissimo? Nemmeno. Artificioso? Neanche, e per fortuna. Piuttosto, questo disco si limita ad omaggiare i classici con uno stile che è in egual misura prevedibile ed innegabile, con un’attitudine rock verosimile ed una sfilata di note che ammalia e conquista, con la sicurezza elettrica di ogni suo passo.

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Lonely Nights 02. Winning 03. New York Minute 04. Needles And Pins 05. Love 06. I Do Believe In You 07. Nightlife 08. Bad Attitude 09. Quinn The Eskimo (The Mighty Quinn) 10. Mystery 11. The Rhythm Of The Heat

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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