Jonathan Davis – Recensione: Black Labyrinth

Una vita senza i Korn sarebbe impossibile da immaginare per Jonathan Davis, ma il nostro ci vuole riprovare ancora una volta, e con “Black Labyrinth” cerca di battere strade alternative alla già “alternativa” strada messa in campo dai californiani nel corso di una carriera di successo.

“Black Labyrinth” è sicuramente un disco deludente, che cerca di puntare sull’elettronica, sull’impatto e sul groove non riuscendo a centrare l’obbiettivo. Se togliamo una manciata di canzoni positive (di cui convincenti solo una minima parte) potete farvi un’idea della debolezza dell’album.

Ma andiamo con ordine

L’inizio è concreto. “Underneath My Skin” è una un bel pezzo, carico di groove e passione. Davis trasmette ispirazione ed anche il basso pulsante regge bene la scena. Colpisce molto positivamente la tribal-elettronica “Final Days”, una manciata di minuti dal interessante groove che gioca con suoni elettronici dal sapore indiano. Esperimento da promuovere.

“Everyone” invece è più canonica, dove il tipico mood Korn flirta con quello dei Ministry più anarchici. Interessante ma niente di più, perché la sensazione di una canzone riuscita a metà è molto forte. Neanche il tempo di assorbire la delusione che ecco arrivare “Happiness”, poco più di 4 minuti che non lasciano traccia. Piuttosto povera in fase di scrittura, senza accelerazioni e picchi particolari. Carino il riff, ma il cantato di Jonathan non riesce a trascinare a dovere ed in alcuni casi flirta con una linea melodica proveniente da “Casa Muse”.

Da lì in poi il disco prosegue in una spirale autodistruttiva, canzoni spesso vuote ed incastrate sempre e solo  attorno la voce di Davis. Ci sono spunti interessanti (il ritornello al “gusto U2” di “Your God” il crescendo non mantenuto di “Walk On By” e non troppo altro ancora) ma la sensazione di occasione persa passa attraverso ogni secondo di questo album.

Quando Davis cerca di spiazzare gli ascoltatori allora si avvicina al bersaglio, una canzone come “The Secret” è un classico esempio di pop –elettronico che cerca di costruire una canzone dal forte impatto emotivo. Un buon tentativo, ma la zampata del fuoriclasse non arriva e la canzone rimane sospesa. Invece “Basic Need” raggiunge il bersaglio con efficacia. Pop elettronico efficace e d’impatto. Poco da dire la canzone funziona.

E poi nient’altro da segnalare il disco scorre senza infamia e senza lode, con più elettronica che rock ma anche con più sbadigli che altro passando anche per capitoli imbarazzanti come “What You Believe”. Neanche il singolo “What It Is” ( posto alle fine del viaggio ) riesce a risollevare un disco senza una ispirazione credibile.

Amaro in bocca. Questo è quello che rimane alla fine dei tanti ascolti dedicati per capire davvero come inquadrare questo disco. Occasione persa che potrebbe pesare anche in funzione dello stato di salute dei Korn.

Voto recensore
5,5
Etichetta: Sumerian Records

Anno: 2018

Tracklist: 1. Underneath My Skin 2. Final Days 3. Everyone 4. Happiness 5. Your God 6. Walk On By 7. The Secret 8. Basic Needs 9. Medicate 10. Please Tell Me 11. What You Believe 12. Gender 13. What It Is
Sito Web: https://www.jonathandavis.com/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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  1. Gaetano

    3,5

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