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Joe Perry – Recensione: Sweetzerland Manifesto

Quando si va ad ascoltare un disco solista di un grande musicista di fama mondiale e con una carriera di tutto rispetto alle spalle, bisognerebbe ricordarsi sempre di mettersi in ascolto con un atteggiamento ancora un po’ più aperto del solito. Capita spesso, infatti, che i dischi solisti servano un po’ come “valvola di sfogo” per osare di più rispetto al solito, motivo per cui questi album potrebbero essere fonti di sorprese più o meno piacevoli. Succede proprio questo in “Sweetzerland Manifesto“, nuovo disco solista di Joe Perry, che esce mentre persiste la fase di tira e molla e incertezze assortite su quello che sarà il destino finale degli Aerosmith e quindi diventa motivo di soddisfazione per i fan della band di Boston, che si rendono conto che non tutto è perduto.
In mezzo a un tripudio di ospiti “stagionati” dal punto di vista anagrafico ma importanti dal punto di vista musicale, come Robin Zander dei Cheap Trick e David Johansen dei New York Dolls, possiamo suddividere idealmente i brani di “Sweetzerland Manifesto” in due gruppi. Da una parte ci sono i pezzi che, per un motivo o per l’altro, rimandano allo stile del Joe Perry che conosciamo bene, con le sue solide radici nel rock classico e nel blues. Non ci si può quindi lasciare sfuggire il bel ritornello corale di “I’ll Do Happiness“, l’armonica che accompagna “Haberdasher Blues” e anche la cover di “Eve Of Destruction“, brano di protesta degli anni ’60. Dall’altra parte invece ci sono due o tre brani particolarmente anomali, o perlomeno che non ci si aspetterebbe di trovare in un disco che porta un nome così importante. Si tratta dei due pezzi strumentali “Rumble In The Jungle” e “Spanish Sushi“, il primo composto da ritmiche tribali trascinanti, il secondo più lento e sperimentale, e di “Aye, Aye, Aye“, che pare più uno scherzo che un brano vero e proprio. Ad un primo ascolto queste anomalie lasciano un’impressione negativa proprio per il loro essere così differenti dal resto dell’album; basta poco però per lasciarsi coinvolgere e per rendersi conto che è proprio la loro diversità a farli spiccare e a impreziosire la totalità del lavoro.
Joe Perry ha saputo quindi equilibrare bene le proprie energie, inserendo qua e là elementi inattesi, che fanno la differenza e che rendono “Sweetzerland Manifesto” un album interessante perchè particolare. Il chitarrista degli Aerosmith ha tenuto un po’ i piedi per terra e per un po’ si è concesso qualche licenza poetica in più rispetto al normale; del resto, con un curriculum come il suo alle spalle, c’è da aspettarsi questo e altro.

Voto recensore
7
Etichetta: Roman Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Rumble In The Jungle (instrumental) 02. I’ll Do Happiness (featuring Terry Reid) 03. Aye, Aye, Aye (featuring Robin Zander) 04. I Wanna Roll (featuring David Johansen) 05. Sick & Tired (featuring Terry Reid) 06. Haberdasher Blues (featuring David Johansen) 07. Spanish Sushi (instrumental) 08. Eve Of Destruction 09. I’m Going Crazy (featuring David Johansen) 10. Won’t Let Me Go (featuring Terry Reid)
Sito Web: https://www.facebook.com/OfficialJoePerry/

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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