Jinjer – Recensione: Wallflowers

Oramai i Jinjer sono sulla bocca di tutti e non sono più necessarie introduzioni, ma per chi di voi non li conoscesse vi basta sapere che il quartetto ucraino è una delle band più innovatrici degli ultimi anni e lo hanno appena dimostrato con il nuovo album “Wallflowers”.

Occorre fare una breve precisazione sul titolo, che originariamente doveva essere “As I Boil Ice”, perché, oltre a significare letteralmente “muro di fiori”, ha anche un’accezione simbolica che può essere spiegata con la seguente definizione “una persona timida, specialmente una ragazza o una donna, che ha paura di impegnarsi in attività sociali e non attira molto interesse o attenzione”, oppure semplice con il termine “introverso”. La scelta di questo gioco di parole, quindi, non è casuale perché l’intero album è lo specchio della vera anima di Tatiana Shmayluk, la carismatica ed eclettica frontwoman, che si considera appunto una “wallflower”, in contrasto con l’immagine che abbiamo di lei sul palco. Quando si toglie le vesti di leader dei Jinjer, Tatiana è una ragazza timida e riservata, che fa fatica ad aprirsi al mondo e custodisce gelosamente la sua privacy, nonostante sui social media stia diventando una vera e propria celebrità. Ritroviamo questo aspetto nell’ultimo video pubblicato, quello appunto del singolo “Wallflower”, in cui vediamo una Tatiana combattiva nei confronti del resto della band (che rappresentano la società e i cosiddetti “haters”), che alla fine scompaiono grazie ad una polvere magica che la cantante lancia contro di loro. Grazie a questo video e ai nuovi testi capiamo che si tratta di un nuovo capitolo della band ucraina: abbiamo nelle mani il loro disco più aggressivo, ma allo stesso tempo più malinconico ed introspettivo.

Anche il sound è differente rispetto al passato, ma la band ci tiene a sottolineare che tutti i suoni al suo interno sono originali, esattamente come sono stati eseguiti dai musicisti stessi. Ed è questa la vera rivoluzione che vogliono portare avanti i Jinjer: musica autentica, senza effetti, senza nessun tipo di aiuto in studio, abbinata a testi che parlano di loro ma anche della società che ci circonda e del mondo intero. Questa critica indiretta al panorama musicale attuale è contenuta all’interno del brano “Copycat”, mentre l’aggressiva “Call Me A Symbol” riflette l’intera situazione nella società moderna, piena di falsi idoli che la gente segue ciecamente. In questo disco non troverete il reggae di “Judgment (& Punishment)”, ma piuttosto un avvicinamento al progressive metal sofisticato e ad un cantato più pulito ed armonioso, senza però tralasciare il growl più potente accompagnato dai riff serrati di Roman Ibramkhalilov. Il vero compositore di questo album è il poliedrico Vlad Ulasevich, che ha composto quasi tutte le tracce, ma è d’obbligo menzionare anche l’incredibile lavoro al basso di Eugene Abdukhanov, che ha anche aiutato Tatiana nella stesura dei testi, in particolare nel brano “Colossus”.

Probabilmente, se siete capitati su questa recensione, è perché ascoltate i Jinjer e li apprezzate, in caso contrario l’ascolto di “Wallflowers” potrebbe farvi cambiare idea. Il quarto lavoro in studio della band ucraina ha già ottenuto vari riconoscimenti da musicisti metal, tra cui il chitarrista dei Tesseract che lo paragona ad un punto di svolta. E forse è proprio così: abbiamo bisogno di una ventata di novità ed è esattamente quello che ci offrono i Jinjer. “Wallflowers” è già considerato il punto più alto della loro carriera e una delle uscite più interessanti di quest’anno. Non sappiamo ancora che cosa ci riserverà il futuro e quali strade vorranno intraprendere, ma possiamo affermare senza troppi giri di parole che i Jinjer stanno riscrivendo la storia del metal moderno.

Etichetta: Napalm Records

Anno: 2021

Tracklist: 01. Call Me a Symbol 02. Colossus 03. Vortex 04. Disclosure! 05. Copycat 06. Pearls and Swine 07. Sleep of the Righteous 08. Wallflower 09. Dead Hands Feel No Pain 10. As I Boil Ice 11. Mediator
Sito Web: http://jinjer-metal.com/

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