Jani Liimatainen – Recensione: My Father’s Son

Sei musicisti, otto cantanti e nove coristi per cinquantotto minuti di buon heavy metal in salsa finlandese: per quanto numeri ed arte non vadano sempre d’accordo, è indubbio che “My Father’s Son” è un disco fatto di notevoli intrecci e premesse interessanti. A tessere pazientemente la tela di questa collaborazione su vasta scala – con il supporto di Frontiers Music – è questa volta Jani Liimatainen, cantante chitarrista e compositore già in forza a Sonata Arctica, Cain’s Offering, The Dark Element ed Insomnium. Composto da dieci tracce, il disco vede alternarsi alla voce alcune delle personalità più note della scena nordica: da Björn “Speed” Strid (Soilwork, The Night Flight Orchestra) a Tony Kakko (Sonata Arctica), da Timo Kotipelto (Stratovarius) ad Anette Olzon (The Dark Element), da Pekka Heino (Brother Firetribe) a Antti Railio (Celesty, Diecell), questo ascolto si presenta tanto come un ricco sforzo collaborativo quanto come una celebrazione di una nazione nella quale, caso forse unico al mondo, le classifiche heavy non sono separate da quelle mainstream. Caratterizzate per la maggior parte da una durata sostanziosa, le dieci tracce che compongono questa cartolina da Helsinki (Jani proviene in realtà dalla piccola città di Kemi, in Lapponia) offrono in realtà una vista piuttosto ampia sul rock nordico.

Perennemente a cavallo tra malinconia ed energia, tra solitudine e sviluppo corale (“Breathing Divinity”, “The Music Box”), quello finlandese è uno stile che profuma di ghiacci perenni e distese innevate, di orizzonti sconfinati e senso di inadeguatezza di fronte all’immensità di panorami e drammi esistenziali (“All Dreams Are Born To Die”). E’ un collaudato marketing della desolazione che nella musica dura trova non solo la descrizione più cruda del freddo e del buio, ma anche l’energia ritmica per ritrovare unione, compattezza e sentimento… e forse per questo suona così naturale – e per nulla estremo – alle orecchie di chi vive a quelle latitudini. Dalla vittoria di Lordi all’Eurovision (2006) all’intensità di Acoustic Adventures – Volume One (2022) dei Sonata Arctica, passando per le invenzioni degli Apocalyptica ed il thrash ruvido degli Stone, la scena finlandese ha una capacità dirompente di andare controcorrente (vedi l’impiego di Anette Olzon in un delicato brano dalle sonorità folk), di esaltare il vuoto rendendolo desiderabile (“Haunted House”), di creare e giustificare il metal in molte e diverse forme, talento che questo disco racconta con una naturalezza che rende l’ascolto particolarmente disimpegnato e piacevole (“What Do You Want”). Proprio come succede con quegli artisti che non hanno nulla da dimostrare, ma che evidentemente hanno ancora qualcosa da dire, “My Father’s Son” si concede ampiezza e controllo, esaltando le caratteristiche dei suoi interpreti (di particolare spessore la prova del brasiliano Renan Zonta, unico non-finlandese insieme a Strid) per comporre un quadro nel quale temi esistenziali e sensibili (davvero bella l’orchestrazione di “Who Are We”) sono trattati con la forza dirompente di chi l’hard’n’heavy ce l’ha – detto senza pregiudizi di sorta – nel sangue.

Benchè la fine cesellatura che impreziosisce ogni canzone faccia di questo disco un prodotto più morbido e vicino all’hard rock / power che non alla ruvidità vetrata dell’heavy, “My Father’s Son” offre un’ora di rock adulto e vario, arricchito dagli interventi di sassofono e pianoforte, talmente sicuro di sé da non avvertire il bisogno di prendersi sempre sul serio (“Side By Side” è leggera e radiofonica), legato però da un filo conduttore che tutti gli amanti delle sonorità artiche e sinfoniche (“Into The Fray”) riconosceranno al primo ascolto. Grazie a brani dotati di buona personalità ed un’esecuzione piena di orgoglio e mestiere, il lavoro di Jani Liimatainen è uno dei migliori risultati collaborativi che mi siano capitati recentemente tra le mani: interprete di uno sviluppo agile ed arioso, per nulla appesantito dal numero di musicisti che ha dovuto accogliere tra i suoi solchi (perché c’è anche un’edizione in doppio vinile bianco che quasi quasi merita un pensierino), “My Father’s Son” fa tante cose e tutte bene, rappresentando non solo un ascolto consigliato ma anche un modello per altre operazioni forse simili nelle premesse, ma decisamente meno riuscite dal punto di vista del risultato finale.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. Breathing Divinity (Vocals: Björn “Speed” Strid) 02. All Dreams Are Born To Die (Vocals: Tony Kakko) 03. What Do You Want (Vocals: Renan Zonta) 04. Who Are We (Vocals: Timo Kotipelto) 05. Side By Side (Vocals: Pekka Heino) 06. The Music Box (Vocals: Renan Zonta) 07. Into The Fray (Vocals: Timo Kotipelto) 08. I Could Stop Now (Vocals: Anette Olzon) 09. Haunted House (Vocals: Jani Liimatainen) 10. My Father's Son (Vocals: Antti Railio)
Sito Web: facebook.com/janiliimatainenofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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