Molto amati dal pubblico americano (si parla di milioni di copie vendute) i Godsmack non riscuotono lo stesso successo da parte della critica musicale che li ha sempre considerati un gruppo derivativo e privo d’ispirazione. L’evidente influenza esercitata sulle composizioni da band storiche come Alice In Chains e Metallica (quelli dal black album in poi) giustifica certamente tale giudizio severo, ma qualcosa di buono i Godsmack lo hanno sempre saputo fare e il precedente ‘Faceless’ è stato il disco in cui la loro semplicissima formula aveva trovato uno sbocco più aggressivo che sembrava poter essere fonte a cui attingere per una nuova linfa. Chiuso invece rapidamente il capitolo ‘cattivo’ i Godsmack tornano sul mercato con un lavoro più ruffiano e melodico (vicino al loro debutto), più alternative che metal e con qualche ammiccamento al rock classico che sembra non passare mai di moda in America. Una specie di cambiale musicale da incassare a fine stagione. Convivono così nella tracklist brani un po’ più duri come ‘Enemy’ e ‘Speak’ (in cui sembra di sentire i Metallica di ‘Load’), l’ inflessione alternativa (ancora Alice In Chains) di ‘Shine Down’ e ‘No Rest For The Wicked’ e digressioni dal sapore seventies (Led Zeppelin docet) nella ballata ‘Hollow’. Ancora una volta qualche buon ritornello e qualche canzone piacevole da spararsi in auto si possono sentire, ma siamo di fronte ad una strada senza via d’uscita, con song dalla struttura ridotta all’osso e interpretate da un singer tra i più monotoni della storia del rock. Tipicamente “for fans only”.
GODSMACK ITALIA











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