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Iron Maiden – Recensione: The Number Of The Beast

Cimentarsi nella recensione di un platter fondamentale per la storia dell’heavy metal è certamente un compito arduo; “The Number Of The Beast” è un album che ha permesso agli Iron Maiden di conseguire un successo e una visibilità mondiali. Si tratta di un disco che ha avuto (e ha ancora) un’influenza notevole non solo per la N.W.O.B.H.M., ma anche per l’evoluzione dell’intera scena metal; questo lavoro degli Iron possiede una portata e una rilevanza che, a distanza di 35 anni dalla sua pubblicazione, ha fatto e fa ancora storia.

La release presenta già una prima novità: Paul Di Anno viene rimpiazzato dal vocalist dei Samson Bruce Dickinson che, grazie alle sue doti canore e alla sua espressività, contribuirà non poco all’evoluzione del sound degli Iron Maiden. Il songwriting della band si fa certamente più maturo e personale, mettendo in evidenza tutti quegli elementi che connotano in maniera riconoscibile quello che sarà, d’ora in poi, lo stile della Vergine di Ferro: le armonie prodotte dal basso pulsante di Steve Harris, i riff e i solos incrociati della coppia Murray – Smith, il sapiente mix tra strutture progressive e parti più aggressive, il gusto per la melodia. “The Number Of The Beast” è anche l’ultimo platter che vede la presenza del compianto Clive Burr; con la sua performance, il batterista, ha dato prova di grande compattezza, gusto melodico, potenza e versatilità, conferendo un valore aggiunto al suddetto lavoro.

Si parte subito con “Invaders” pezzo tirato con una sezione ritmica granitica, in cui il mastermind Steve Harris ricama melodie in contrappunto al riff principale; il testo narra la calata dei Vichinghi in terra d’Albione. “Children Of The Damned” è un piccolo gioiello che parte come una ballad, con un refrain dal riffing epico, un cantato ispirato e una batteria che dopo metà brano diventa terremotante e trascinante. Il ritornello entra in testa e sembra quasi di vedere in azione i bambini protagonisti del film di fantascienza “Il villaggio dei dannati” di Wolf Rilla del 1960. “The Prisoner“, il cui testo riprende un noto serial televisivo britannico degli anni ’60, è un brano molto immediato: ritmica veloce, melodia accattivante e il coinvolgimento del pubblico, durante un live, è assicurato. “22 Acacia Avenue” completa la storia della prostituta Charlotte trattata nel debut album; il brano è ben costruito e composto da parti rabbiose e potenti che si sposano alla perfezione con riff catchy e melodici, rallentamenti, cambi di tempo, accelerazioni, passaggi prog. Un pezzo, insomma, di tutto rispetto. Ed ecco la titletrack, brano di punta della carriera degli Iron Maiden: “The Number Of The Beast“. Tutto nasce dal poema Tam o ‘Shanter, del poeta scozzese Robert Burns e da un incubo avuto dal bassista dopo la visione del film “La maledizione di Damien“. La band chiese al celebre attore di film horror Vincent Price di recitare il testo, tratto dall’Apocalisse di San Giovanni, che introduce il brano; questi rifiutò la collaborazione e il compenso offerto dai Maiden (25.000 sterline) e il problema fu risolto ingaggiando un imitatore. Un riff iniziale che è entrato nella storia, l’urlo di Bruce che fa esplodere un midtempo potente e melodico da sicuro headbanging, assoli stupendi ed un ritornello anthemico come pochi. Da urlo. “Run To The Hills” è un’altra hit, un’altra song dal fortissimo impatto live; il pezzo si apre con un riff che innesca una vera propria cavalcata e un ritornello da cantare a squarciagola; l’acuto finale di Dickinson, che canta “run to the hills, run for your lives” è da brividi. Dopo “Gangland“, pezzo discreto, ma poco incisivo, il disco si chiude con un’altra hit: “Hallowed Be Thy Name“, una delle composizioni più belle mai scritte da Harris & soci. L’intro con il sinistro suono di una campana, il cantato sofferto e drammatico, il testo, che racconta le ultime ore di un condannato a morte, le atmosfere epiche, le accelerazioni, i riff perfetti, la sezione ritmica versatile e potente danno vita ad un capolavoro.

The Number Of The Beast” è un disco che rasenta la perfezione. Oltre ad essere il platter più noto della band di Leyton è sicuramente il più rappresentativo, grazie anche a un artwork che resterà nella storia dell’iconografia metal. Gli Iron Maiden incastonano nella storia del rock una preziosa pietra miliare che traccerà le coordinate di un nuovo panorama nel mondo Heavy Metal.

Voto recensore
9
Etichetta: EMI

Anno: 1982

Tracklist: 01. Invaders, 02. Children Of The Damned, 03. The Prisoner, 04. 22, Acacia Avenue, 05. The Number Of The Beast, 06. Run To The Hills, 07. Gangland, 08. Hallowed Be Thy Name
Sito Web: http://ironmaiden.com/

5 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Alex

    Ma se non si dà 10 a questo disco a chi lo diamo?!? Agli Slipknot?

    Reply
  2. Defender

    Mi chiedo a cosa serve fare una recensione del genere e dare come voto 9 e non 10. Siete RIDICOLI ! Fateci un favore, cambiate mestiere. Grazie

    Reply
    • Razor

      Forse chiedere di cambiare mestiere è davvero esagerato però sono d’accordo sul fatto che scrivere una recensione su una pietra miliare della storia del metal come questa e poi non dare 10 sa un po’ di presa per i fondelli….

      Reply (in reply to Defender)
  3. Alex

    Piu’ ci penso a quel 9 e piu’ mi ribolle il sangue… Ma scherziamo? IL disco Heavy per eccellenza, perfetto in tutto, passato alla STORIA…. e si prende 9…. non ci siamo…. Vergogna..

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