Iron Maiden – Recensione: Senjutsu

E’ inutile girarci attorno: l’uscita del nuovo album degli Iron Maiden è sempre un evento. Questa volta, forse, ancora più di altre. Abbiamo pensato, quindi, di esporre quanti più punti di vista possibili su “Senjutsu“, consapevoli che, forse, non avremo affrontato tutti gli argomenti che si potrebbero trattare. 

Previsioni, chiacchere, illazioni. Tutto fa Iron Maiden. Chi li ha amati da sempre consumerà questa nuova uscita come se fosse l’Unico Anello, chi non li sopporta più probabilmente non cambierà idea. Probabilmente, nemmeno lo ascolteranno questo “Senjutsu”, oppure lo faranno distrattamente, gridando allo scandalo per la produzione “moscia” di Kevin Shirley, per un Bruce Dickinson a volte meno “sirena” del consueto, e di canzoni spesso eterne e prolisse, massacrate dall’ego di Steve Harris. Ebbene, dopo 46 anni di carriera, questo sestetto albionico è ancora la band metal più attesa e amata dall’universo. Non vi è paragone che si possa fare con altri gruppi mitici, questa realtà è unica e non insostituibile. Anche chi li odia non può farne a meno di parlarne e di essere in qualche modo attratti da questo fenomeno straordinario, che qui si conferma tale, con qualche piccola e preziosa sorpresa. Lo abbiamo detto in tanti, questi musicisti hanno ancora umilmente, una grande urgenza compositiva che li porta a non vivere di rendita ma continuare, periodicamente, a far uscire nuovi lavori, ben sapendo che non saranno mai riconosciuti ed amati come i primi grandi capolavori immortali, che tutti conoscono. “Senjutsu” è stato registrato nel 2019, quindi parla già di un vicino passato della band, che porta sul sottoscritto un sorriso piuttosto compiaciuto. E’ assolutamente un disco degli Iron Maiden, con alcuni ovvi passaggi autoreferenziali ma anche qualche novità di grande effetto e sostanza. Musicalmente, sta tra “A Matter of Life and Death” (il tema della guerra che ritorna), con un pizzico della cupezza drammatica Harrisiana di “The X Factor”, il tutto fuso con l’epicità ad ampio respiro di “Brave New World”, e le atmosfere di certi ottimi lavori solisti di Dickinson. Altri scrittori di musica citeranno titoli e riferimenti, in questo caso mi diverto a sottolineare questa contrapposizione tra il lirismo tortuoso e apocalittico di Steve Harris, con il tocco più secco e rockeggiante di Dickinson/Smith. Gers si conferma buon partner compositivo per Steve, mentre Murray riposa e si dedica ad elargire assoli straordinari, duellando a livelli stratosferici con il compagno Adrian. Arrivando ai difetti, è innegabile che la batteria di Nicko abbia poca spinta propulsiva, per una scelta di suoni a volte discutibile. Spesso, le melodie sono accompagnate da discreti tappeti tastieristici, ma che risultano un po’ posticci. A questo punto, non sarebbe assurdo assoldare un vero musicista professionista come settimo uomo.

Senza dare numeri o classifiche, posso dire che “Senjutsu” sia un disco molto godibile, che brilla di luce propria. Qualche difetto ma anche tanti eccitanti pregi. E se poi qualcuno non ne sarà convinto, pace. Non ascoltatelo. (Antonino Blesi)

Ogni uscita legata agli Iron Maiden porta con sé discussioni e scontri tra i fan più sfegatati, desiderosi di ascoltare sempre qualcosa di nuovo a firma Steve Harris & soci, e chi, invece, ha ormai deciso di derubricare la band alla categoria “vecchie glorie che dovrebbero andare in pensione”. Il diciassettesimo disco del combo inglese non è esente da questo tipo di diatriba: “Senjutsu” si presenta con dieci tracce per oltre un’ora di musica, alternando composizioni più lunghe e articolate ad altre più dirette e vigorose. Il risultato è oltre un’ora di musica in cui si susseguono suggestioni eterogenee, in grado di coprire un ampio spettro di emozioni: la furia di “Stratego” fa il paio con l’oscura “Darkest Hour”, mentre l’anima Prog di un brano come “The Time Machine” è il contraltare dell’immediatezza di “The Writing on the Wall”, singolo che ha segnato il ritorno sulla scena degli Irons qualche settimana fa.

Durante l’ascolto, una domanda nasce spontanea: ma gli Iron Maiden hanno ancora qualcosa da dire? Alla fine di tutto, possiamo discutere su tutto, dall’ugola di Bruce Dickinson, ormai lontana parente del tempo che fu, alla coesistenza dei tre chitarristi, alla produzione di Kevin Shirley; sarebbero discussioni fiume che non troverebbero mai una definizione. Quello che conta è che, dopo oltre quarant’anni, i padrini della N.W.O.B.H.M. hanno ancora qualcosa da dare alla scena Metal e con questo disco lo dimostrano: complice un’ispirazione tornata a buoni livelli, “Senjutsu” convince sin dal primo ascolto, dimostrandosi una raccolta di inediti freschi, coinvolgenti e degni di affiancare le iconiche produzioni della band.

Finché i Nostri manterranno viva la capacità di ammaliare l’ascoltatore con le proprie peculiarità e senza ripetere soluzioni trite e ritrite, saremo ben contenti di perderci nelle architetture articolate e stratificate del nuovo corso del gruppo.

In conclusione, quella che vivrete è un’esperienza più che soddisfacente, che apprezzerete ulteriormente una volta liberata la mente dal retaggio di un passato troppo ingombrante. Questi sono gli Iron Maiden nel 2021 e non possiamo non amarli per quello che ancora riescono a regalarci. (Pasquale Gennarelli)

Cerchiamo, magari, di non rimanere troppo incollati ai tecnicismi minuziosi, e di lasciare correre l’istinto. E’ il modo migliore per godersi questo capitolo nella lunga storia dei Maiden, che ha diversi pregi e qualche difetto. Anzi, diciamolo subito: il difetto principale è che certi brani sono troppo lunghi. Un po’ di ritornelli in meno (a partire da “The Writing OIn The Wall”, ma non solo), qualche parte strumentale da accorciare, ed ecco che “Senjutsu” sarebbe stato quasi perfetto. Passiamo alle cose positive. La varietà stilistica fa arrivare in fondo all’album senza stancarsi, oscillando fra le cavalcate epiche di “Lost In A Lost World” con un incipit da pelle d’oca, le mille suggestioni evocate dalla lenta e maestosa “Darkest Hour” e l’altrettanto epica “Death Of The Celts“, che ci farà catapultare su un campo di battaglia brumoso. I richiami alle sonorità degli album post reunion con Dickinson (che la voce l’ha ancora, e lo dimostra bene) riguardano i momenti migliori dei suddetti album. Anche dal punto di vista strumentale, tra ritmiche perfette e quelle “cavalcate” di chitarre che conosciamo bene e che sono parte essenziale del sound dei Maiden, non ci si stanca. Con un po’ più di tempo a disposizione, sarà interessante anche approfondire i testi, che si preannunciano ricchi di spunti interessanti. Se ne parlerà tanto, per forza di cose, ma al momento l’augurio è che se ne parli solo bene.  (Anna Minguzzi)

I Maiden ormai potrebbero fare uscire un album con una sola traccia fotocopia di un vecchio pezzo e arriverebbero comunque in cima alle classifiche, invece, dopo più di quarant’anni, al posto di sedersi sugli allori, hanno ancora voglia di mettersi alla prova per produrre qualcosa di fresco e di nuovo, che in questo caso si colloca a metà tra la sonorità della seconda era Dickinson e “Book of souls”

Si nota che la maturità ha portato un sostanziale rallentamento dei brani a favore di una maggiore variabilità dei pezzi e uno stile più introspettivo. A livello tecnico, neanche a dirlo, sono una macchina perfetta, gli intrecci del trio di chitarre sono incredibili, la sezione ritmica è un tappeto compatto e Dickinson, malgrado qualche scalfittura degli anni, gestisce la voce perfettamente aggiungendo, dove manca la potenza, maggiore coinvolgimento ed espressività.

Dovendo scegliere un pezzo che mi ha colpito particolarmente punterei a “Darkest Hour” perché poche volte ho sentito gli Iron così introspettivi e il brano esprime una tristezza e una malinconia che ti striscia dentro. Piccola citazione per “Hell On Earth”, che i pessimisti suggeriscono possa essere le fine del viaggio di questa fantastica band (magone per tutti al solo pensiero).

Giudizio finale: un ottimo album per gli Iron Maiden, un album perfetto parlassimo di una qualsiasi altra band. (Valerio Murolo)

Etichetta: EMI/Parlophone

Anno: 2021

Tracklist: 01. Senjutsu 02. Stratego 03. The Writing On The Wall 04. Lost In A Lost World 05. Days Of Future Past 06. The Time Machine 07. Darkest Hour 08. Death Of The Celts 09. The Parchment 10. Hell On Earth
Sito Web: https://www.facebook.com/ironmaiden

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

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