Irist – Recensione: Order Of The Mind

Vengono da Atlanta in Georgia, gli Irist, ed in poco tempo hanno già fatto parlare di sé come la next big thing non solo in ambito metal, ma per tutto quanto concerne l’evoluzione del rock in un senso più universale. Non è un caso che la band stessa citi Melvins, Ratos de Porão, Alice in Chains, The Dillinger Escape Plan, Machine Head, Mastodon, Gojira e Soundgarden tra le proprie più significative influenze, promettendo velatamente di trovare un modo sensato di omaggiarle tutte, ed all’interno di un unico album. Formato da Pablo Davila (chitarra) e Bruno Segovia (basso) nel 2015, il quintetto è musicalmente fiero delle proprie origini sudamericane (Argentina, Cile e Brasile) e considera i Sepultura come eroi, ha saputo farsi largo più a suon di concerti che di social media e, sull’onda di un’hype davvero alle stelle (“La band heavy metal di cui ciascuno parlerà”, “Gli Irist sono il futuro del metal?”, “Georgia metal phenomenon”, giusto per citare alcuni dei titoli restituiti da Google), giunge oggi al debutto discografico pubblicato da Nuclear Blast. Le aspettative sono alte non solo per quanto ha preceduto l’uscita di Order Of The Mind”, ma anche per come Carvalho e compagni imposteranno il cammino e la crescita della band: non deve essere facile, dopotutto, svegliarsi al mattino sapendo di venire additati come “il futuro del metal” o il gruppo in grado di scrivere “la nuova storia del rock”.

Comporre brani “memorabili in modo assurdo” e “super-carichi” è la via scelta e rivelata, ma il suono degli Irist è davvero di più. C’è per esempio una continua riflessione sui concetti di permanenza e longevità, coraggio e saggezza; c’è un orgoglio di fondo, un attaccamento alle origini, la voglia di farsi strada against the odds; c’è infine una padronanza tecnica a fare da minimo comune denominatore (Belisha alla batteria su tutti, per gusto e potenza), abile a servire con naturalezza la potenza intimista e la complessità degli arrangiamenti – non del tutto scontata per un disco di debutto – che fanno di ogni brano un capitolo a sé. Che sia o meno un esempio di metal intellettuale, “Order Of The Mind” è una coltura di forze contrastanti, di materiali differenti e di strati di densità diversa, capace di guardare oltre i confini del death più classico e di quello sdoganato/moderno (Order Of The Mind”, “Severed”), del grunge (Harvester, con il suo cielo grigio e pesantissimo), dell’hardcore o del groove (The Well): è un disco di ansie destrutturate, di elegante violenza, di momenti abilmente sospesi (Burning Sage The Cleansing), di una disperazione che prima allarma e poi risveglia le coscienze con la delicatezza di un’eco avvolgente o di un suono sofferto e distante alla Silent Hill 2 (Konami, 2001).

Sono poche le band capaci di fondere in una visione coerente i dieci trailer di Order Of The Mind, e sono probabilmente ancor meno quelle in grado di farlo così, bum, all’esordio. Se questo sia sufficiente a fare degli Irist il futuro del metal sarà il gusto (ed il portafoglio) di ciascuno di voi a deciderlo. La valutazione più serena che è possibile fare in questo momento è che i cinque di Atlanta hanno realizzato un disco maturo per l’abilità con la quale è stata assortita la sua scaletta, assemblato il suo appuntito suono europeo e scritta la sua storia. Ed anche per la bravura con la quale sono riusciti a fare tutto questo allo stesso tempo, ed al primo colpo. Order… è un disco onesto perché le sue premesse trovano una conferma già dal primo ascolto, corale perché la sua è una pienezza di contributi piuttosto che di decibel, intelligente nel modo solo all’apparenza disordinato col quale rassicura e tradisce, scompone e ricompone, celebra ed annichilisce con l’ennesimo blast beat. E’ infine un lavoro coraggiosamente pieno-zeppo di pause, un artificio retorico a doppia lama per le sonnolenze da ASMR alle quali può condurre se utilizzato in modo improprio: già a partire dalla opener Eons, Order Of The Mind possiede invece la sicurezza di fermarsi e contemplare, farsi domande e lasciarci all’improvviso in una sorta di audiobolla senza riferimenti ritmici, all’interno della quale l’unica cosa che possiamo fare è guardarci dentro e scavare, ogni giorno più a fondo e più ansiosi per quello che potremmo trovare.

Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2020

Tracklist: 01. Eons 02. Burning Sage The Cleansing 03. Severed 04. Creation 05. Dead Prayers 06. Insurrection 07. Order of the Mind 08. Harvester 09. The Well 10. Nerve

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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