Red Harvest – Recensione: Internal Punishment Programs

Prima era il black. Poi è arrivata l’elettronica che ha progressivamente preso la scena fino a padrona nel precedente ‘Sick Transit Gloria Mundi’ per rimanere leader unica e incontrastata in questo ‘Internal Punishment Programs’.

L’evoluzione dei Red Harvest passa tutta per questa progressiva dipendenza dai beat elettronici, che in quest’ultimo album però, neppure troppo paradossalmente, finiscono per essere il punto debole della band norvegese. In poche parole, se vogliamo parlare di metal , ci sono band – le stesse da cui traggono FORTE ispirazione – come Ministry e Nine Inch Nails, giusto per non scavare troppo nel profondo, che queste cose le fanno da anni e continuano a farle meglio. I Red Harvest decidono di attingere pesantemente da quel apparentemente inesauribile serbatoio di riff industrial, ma che finiscono per suonare noiosamente ripetitivi se non assistiti dalla necessaria illuminazione.

L’ultima fatica dei Red Harvest non è un brutto disco – canzoni come ‘Wormz’ o la conclusiva titletrack sono ancora in pochi a saperle scrivere e gettano nuove e positive prospettive sul futuro della band – forse, semplicemente, paga il prezzo di aspettative troppe elevate.

Voto recensore
5
Etichetta: Nocturnal Art / Audioglobe

Anno: 2004

Tracklist: 00. Intro
01. Anatomy of the Unknown
02. Fall of Fate
03. Abstract Morality Junction
04. Mekanizm
05. Symbol of Decay
06. Teknocrate
07. Synthesize My DNA
08. Wormz
09. 4-4-1-8
10. Internal Punishment Programs

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