Insanity Cult – Recensione: All Shall Return to Chaos

Oscurità, tristezza e nient’altro… perlomeno è quello che i greci Insanity Cult vorrebbero scatenare all’ascoltatore. Dopo due album di black metal semplice, orecchiabile e con melodie in chiave minore  tipiche del depressive, il gruppo ritorna con “All Shall Return to Chaos”. Musicalmente, il gruppo suona una variante poco tecnica e melodica del genere, in cui la combinazione di urla potenti e carismatiche (come non dimenticarsi dei Bethlehem) e riff costantemente in tremolo per niente veloci su chitarre accordate in Re fanno scattare immediati paragoni con Vinterland, Sargeist, Nargaroth e Silencer. In particolare, i primi due album del gruppo, “As the End Unfolds” e “Of Despair and Self-Destruction”, erano registrati in accordatura Mi standard.

Dopo un’inutile strumentale collegata ad essa, “I, the Void”, si presenta potente e tempestosa, dove tutti gli elementi precedentemente snocciolati raggiungono un eccesso tale da risultare quasi stucchevoli: francamente, i temporanei rallentamenti con doppio pedale in stile metalcore che appaiono frequentemente nelle tracce rovinano abbastanza l’atmosfera. Le melodie in Do minore appaiono poco chiare, a causa di una saturazione totale, ma distante nel mix, lasciando in rilievo le potenti urla di Sacrilegious e addirittura il basso. Tra le altre tracce, solo “To Dwell in Absence” va in Re minore, mentre nel primo minuto di “Through Self-Destruction and Stars” si notano snare più veloci nelle sestine, una ritmica diversa rispetto alle altre trace, salvo poi tornare nei famosi e stra-abusati 4/4 in seguito. La title track finale assume proporzioni epiche con la sua durata di 11 minuti (9 non contando il silenzio e la coda di pianoforte negli ultimi 2) e gli arpeggi in clean iniziali.

Come centinaia di altri gruppi che fanno questo tipo di black semplice e melodico (partendo dal sound dei Gorgoroth), gli Insanity Cult fanno una cosa discretamente: bicordi con bordoni nelle corde basse in base all’accordatura (in questo caso, Re, Sol, Do) e melodie semplici nella relativa chiave in quella superiore. Un trucchetto che non molti sanno, ma che è la base dell’intero genere, soprattutto di questo tipo. La spiegazione evidenzia quindi due cose: 1), il sound del gruppo è semplice, efficace e teatrale quanto basta per essere apprezzato; 2), è estremamente prevedibile e tendente alla ripetitività, difetti evidenziati anche nei due album precedenti. Da gruppi del genere non si dovrebbe aspettare di più, solo apprezzare un sound che potrebbe stancare facilmente chi ha un occhio capace di rilevare queste cose.

Voto recensore
7
Etichetta: Ogmios Underground

Anno: 2019

Tracklist: 01. Within a Dissolving Stare 02. I, the Void 03. To Dwell in Absence 04. Through Self-Destruction and Stars 05. Noose of the Black Moon 06. Of Dying Suns 07. And All Shall Return to Chaos...

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