Inquisition – Recensione: Black Mass For A Mass Grave

Dopo quattro anni di guai seri in ambito penale torna sulla scena una delle migliori band black metal degli ultimi vent’anni, che qualcuno dava ormai per spacciata.

Gli Inquisition sono un folle duo colombiano – statunitense che ha sempre basato la sua potenza di fuoco su una formazione composta da due soli elementi fissi: il fondatore e compositore Dagon (1988) al microfono, chitarra e basso e il batterista Incubus (1996). Questa arcana alchimia ha da sempre abituato chi li conosce a infuocate performance live come se il palco non fosse occupato, per l’appunto, solo da un paio di musicisti, ma intestato da un’orda di demoni: demoni che ci hanno abituati a lavori di altissimo livello, tanto selvaggi quanto poetici nella ricerca di soluzioni chitarristiche sempre più cadenzate, ipnotiche, in via di continua evoluzione, con tanto di canti disturbanti, emessi da un’ugola rantolante a metà strada fra lo stile di Attila Csihar nello storico De Mysteriis dei Mayhem e il più composto Abbath degli Immortal, senza pur mai plagiarli. Tutto questo al servizio di un black-thrash anomalo, orrifico e sognante allo stesso tempo.

Gli Inquisition sono una di quelle entità che, a causa del loro sound personale, praticamente unico, non possono essere paragonate a nessun’altra band se non a sé stessa. In questo senso, quanto si è cercato di realizzare anche con “Black Mass For A Mass Grave”, ottavo lavoro di una carriera quasi trentennale, può costituire un’arma: anche a doppio taglio.

Tra occasionali deliri politicamente scorretti e l’apparente ritiro dalle scene dovuto a una torbida vicenda legata alla detenzione di materiale pedo-pornografico, infine gli Inquisition sono ancora qui, e lo fanno fuori da ogni schema: in seguito alla defezione della Season of Myst, con una mossa forse calcolata e tale da spiazzare anche gli addetti ai lavori, nella quasi totale assenza di un lancio pubblicitario la release è stata preceduta con un mese d’anticipo dalla messa in streaming, da parte della polacca Agonia Records, della track n. 2: “Luciferian Rays”.

Necessaria premessa aa lettura (e all’ascolto): l’album si pone in continuità ideale col precedente e osannato “Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith”: lavoro che alternando mid-tempos granitici, quasi death-stoner e distorsioni esagerate ad una compiaciuta ricerca della melodia heavy di stampo classico, prefigurava già un cambiamento all’orizzonte. In effetti, anche “Black Mass for a Mass Grave” è caratterizzato da un sound monumentale e intessuto con maestria, ancora una volta, dal lavoro di chitarra di Dagon. Con la prevedibile ma accattivante track d’apertura “Spirit of the Black Star”, classico pezzo trascinante in stile Inquisition, la brutalità d’ordinanza dei blast beat di Incubus e lo scream gutturale di Dagon, gli stop & go a cui la band ci ha abituati da tempo occultano solo temporaneamente giri di chitarra, più puliti ed orecchiabili del solito. L’impressione è presto confermata dalla successiva e già menzionata “Luciferian Rays”: la scelta di un carismatico piglio black/doom cadenzato e melodico crea un brano lungo, trascinante e trascinato, che senza mai premere il piede sull’acceleratore mostra una serie di passaggi accattivanti, ispirati sia al più puro heavy metal, sia al depressive black. Tempo due canzoni e siamo già venuti a contatto con quella che, tra alti e bassi, sarà la dimensione del disco in questione.

Lungo una via musicale ben definita, da “Triumph Cosmic Death” a “Beast Of Creation And Master Of Time”, i pezzi successivi scorrono su cadenze granitiche e assai orecchiabili che dichiarano di preferire, inaspettatamente ma non troppo, atmosfere epiche e doom, per certi versi quasi hard rock, alla pura blasfemia del passato. I cambi di tempo e le dissonanze evocative, talvolta perfino struggenti, si amplificano, in un contesto in cui anche inediti innesti di tastiera (“Triumphant Cosmic Death”), peraltro occasionali e mai invadenti, giocano un nuovo ruolo chiave.

Invero i frangenti che ricordano il passato, come “Beast of Creation and Master of Time”, dove una batteria finalmente sguinzagliata duetta brillantemente con la chirurgie chitarristiche in onore al classico “marchio Inquisition”, si contano sulle dita di una mano, anzi meno: se consideriamo che la batteria si scatena soltanto su tre pezzi, è chiaro che la band ha deciso di puntare tutto, o quasi, sull’approccio mistico – esoterico, metafisico, a tratti intimista delle partiture ritmiche ipnotiche. Dove melodie assai riuscite e distorsioni avvolgenti (“Majesty Of The Expanding Tomb”), riescono a toccare punte di suprema glorificazione (“Hymn to the Absolute Majesty of Darkness and Fire”), si può intravedere tracce di un sound mai provato in passato, quasi psichedelico, tutto sommato vincente. Ciò nonostante, non tutto fila liscio come dovrebbe.

Seppur coerentemente con il precedente lavoro, il gruppo ha intrapreso una strada, sì interessante, ma lasciato a metà. Nonostante l’impegno profuso e la classe da vendere, man mano che si procede la sensazione di aver a che fare con soluzioni già sentite prevale, quasi disturbante. Quando scocca l’ora-X i brani si rivelano un po’ troppo simili tra loro e la magniloquenza messa in campo non riesce sempre a trovare una conclusione definitiva, degna del compositore.

In definitiva “Black Mass for a Mass Grave”, chiariamolo, non è affatto male, anzi: è forse l’album più melodico e ammaliante che gli Inquisition abbiano mai pubblicato, ma la miscela sbagliata delle componenti e l’approccio di maniera non agevolano per nulla la tenuta complessiva. Personalità e stile da gran band restano integre e si sentono, così come il gusto onirico, iper distorto, lovecraftiano, che da sempre ispira il duo. Ciò che manca al lavoro è un bagno nell’inchiostro nero, cosmico, alieno e dissacrante da cui ogni uscita precedente, bene o male, era stata generata: quell’inchiostro denso e bituminoso dal quale una band di talento come gli Inquisition era solita trarre a piene mani e raffinare secondo concetti ispirato da quel genio diabolico che in un momento decisivo e di passaggio come quello attuale in parte latitano.

Etichetta: Agonia Records

Anno: 2020

Tracklist: 01 Spirit Of The Black Star 02 Luciferian Rays 03 Necromancy Through A Buried Cosmos 04 Triumphant Cosmic Death 05 My Spirit Shall Join A Constellation Of Swords 06 Ceremony For The Gathering Of Death 07 Majesty Of The Expanding Tomb 08 A Glorious Shadow From Fire And Ashes 09 Extinction Of Darkness And Light 10 Hymn To The Absolute Majesty Of Darkness And Fire 11 Beast Of Creation And Master Of Time 12 Black Mass For A Mass Grave