Infection Code – Recensione: In.R.I.

Desta una certa impressione pensare che gli alessandrini Infection Code siano in attività da più di vent’anni, cinque dei quali (gli ultimi) passati nella scuderia Argonauta. “In.R.I.” esce ad appena dodici mesi dal precedente “Dissenso”, ma appartiene di fatto ad un nuovo corso per la band, segnato prima dall’entrata in pianta stabile del chitarrista Massimiliano Barbero e poi dalla scelta di abbandonare la lingua italiana a favore di un più efficace inglese. Il prodotto finale di questa transizione è un monolite nero carico di elettricità statica, da assaporare a piccole porzioni, per evitare la saturazione. A partire dall’apertura di “Slowly we suffer”, infatti, l’ascoltatore medio è sottoposto ad una vessazione sonora lunga cinquantatre minuti, a base di industrial americano (ottima la prova vocale di Gabriele Oltracqua, la cui ugola lambisce in taluni casi i territori frequentati dal primo Marylin Manson) e strappi nu-metal (“Dead Proposal”, “8 Hz”). Non filtra luce alcuna, da questo disco e nemmeno è ammesso il silenzio, sostituito qua e là da una coltre sabbiosa di rumore bianco digitale, un lavoro dove i ritmi rallentano con l’unico scopo di rendere palpabile un senso di desolazione che a tratti si fa insostenibile (il violino dolente e filtrato che attraversa “Where the breath ends” oppure l’atmosfera febbrile ed allucinatoria che suppura nei primi minuti di “Alteration”, a mio parere il brano migliore dell’intero album).

Nel suo oscillare perennemente tra il gelido ed il claustrofobico, “In.R.I.” è probabilmente l’episodio più a fuoco dell’intera discografia degli Infection Code, finendo per essere la migliore traduzione in musica di una rabbia che consuma la band dal 1999.

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