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Grip Inc. – Recensione: Incorporated

Cinque lunghi anni di silenzio dall’ultimo ‘Solidify’, tre brevissimi secondi prima di quel passaggio di chitarra acustica, un attimo per capire che i Grip Inc. per tutto questo tempo non sono stati fermi con le mani in mano. Il trio Sorychta-Lombardo-Chambers ha continuato per la propria strada e lavorando nell’ombra i tre oggi sono arrivati davvero lontano. ‘Incorporated’ è un album assolutamente eterogeneo, distante dalla rigidità delle strutture dei pur bellissimi primi lavori, e di cui si potrebbe anche parlare per ore senza comunque riuscire a dire tutto quello che ci sarebbe da dire. Un album in cui ogni canzone, pur partendo da una comune matrice di thrash “moderno”, fa un pò storia a sé e al cui interno spesso ogni singola parte riesce ad essere allo stesso tempo così diversa dalle altre e così perfettamente coesa con il resto del pezzo. Sembrano essere due le convinzioni che hanno guidato i Grip Inc. nella realizzazione di questo lavoro:

– La velocità non è tutto. Non è necessario superare sempre i limiti per far male e qualche volta può essere molto più “dolorosa” un’azione lenta e ripetuta (‘Built to resist’? ‘The prophecy’?) dell’ormai scontato assalto frontale.

– Ci sono generi musicali che nel giro di alcuni anni riescono a dire tutto o quasi e c’è bisogno di andare oltre. Ecco quindi il ricorrere ad una miriade di soluzioni diverse: tastiere, archi, divagazioni di chitarra flamenco, melodie orientali ed effetti vari. Passaggi brevi e dosati con intelligenza, ma fondamentali.

Ci sono dei brani in cui la band resta più vicina al suo passato e ‘Endowment of apathy’, ‘The gift’ e ‘Blood of saints’ racchiudono il meglio di 9 anni di carriera. Poi c’è il resto… c’è l’opener ‘Curse’, che partendo da cadenzati ritmi sludge va a terminare in un crescendo in cui i trascorsi musicali di Dave Lombardo riaffiorano tirati a nuovo per l’occasione, c’è l’epicità di ‘Built to resist’, un mid-tempo costruito su una sezione d’archi in cui il violoncello mette in mostra tutti i limiti dei tradizionali strumenti elettrici, fino ad arrivare alla chiusura con ‘Man with no insides’, la canzone che forse meglio rappresenta quello che la band è oggi: un breve attacco in puro stile thrash e poi l’inizio della follia, tra inquietanti tastiere e passaggi che richiamano neanche troppo alla lontana le atmosfere horror tipiche di un gruppo come i Morgul.

Finito l’ascolto una riflessione nasce spontanea. Ci sono band che troviamo nei negozi con impressionante regolarità, ogni anno con un album in cui ogni canzone finisce per assomigliare alle altre tanto che spesso a distanza di tempo ci si trova ancora a fare discorsi del tipo “Sembra di sentire gli X dell’album Y (o del periodo Z)”. Poi ci sono band che invece preferiscono farci aspettare qualche anno, prendere il meglio di quello che avrebbero potuto fare su quei cinque album diversi, racchiudere il tutto in un unico CD e chiamarlo ‘Incorporated’. Non so voi, ma noi preferiamo questo secondo tipo di band. E state pur certi che la sofferenza della lunga attesa, almeno in questo caso, viene abbondantemente ripagata…

Voto recensore
8
Etichetta: SPV / Audioglobe

Anno: 2004

Tracklist: 1. Curse (Of The Cloth)
2. The Answer
3. Prophecy
4. Endowment Of Apathy
5. Enemy Mind
6. Skin Trade
7. (Built To) Resist
8. The Gift
9. Privilege
10. Blood Of Saints
11. Man With No Insides

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