In Flames – Recensione: Battles

Alcuni hanno ormai messo una croce sulla band, ma non rinunciano a giudicarla alla prima occasione, mentre altri l’attendono al varco all’arrivo di ogni sua release: fatto sta che l’uscita di un nuovo album degli In Flames continua a rappresentare un evento nel mondo del metal. Sulla continua evoluzione del quintetto svedese si è ormai detto tutto e il contrario di tutto, noi stessi abbiamo già affrontato l’argomento nelle recensioni del precedente full length “Siren Charms” e del recente live DVD “Sounds From The Heart Of Gothenburg”, perciò non riapriremo la disquisizione in questa sede. Ora concentriamoci invece sull’ultimo arrivato “Battles” e vediamo se il gruppo di Goteborg è riuscito a stupirci in positivo.

Partiamo con una considerazione generale: voler incasellare questi In Flames in un determinato genere è impossibile, vi basti sapere che il loro nuovo disco è ricco di canzoni varie e ognuna dotata di propria personalità, mai troppo arzigogolate e che vanno dritte al punto. Se proprio ci dobbiamo sbilanciare, possiamo definire l’attuale proposta dei nostri come un indie rock che a volte si avvicina all’elettronica, altre al metalcore, facendo sempre ricorso a melodie vincenti e non disdegnando comunque un utilizzo tipicamente metal delle chitarre.

Le prime tracce dell’album sono proprio l’emblema di questo nuovo corso, che raggiunge forma compiuta dopo gli esperimenti ancora acerbi di “Siren Charms”. “Drained” apre le danze con il suo teso attacco digitale, ma presto rivela un riff bello corposo e finisce per aprirsi in un refrain dal forte impatto motivo. Il singolo apripista “The End” sarà anche semplice, ma nella sua linearità cattura da subito e colpisce l’immaginazione fin dal primo ascolto. “Like Sand”, romantica e malinconica, è un’altra traccia degna dei migliori realizzatori di hit radiofoniche mentre “The Truth”, in ogni caso non malvagia, risulta un po’ stucchevole e molto american nu-metal oriented (ve la ricordate “Youth Of The Nation” dei P.O.D.?) a causa del suo coro di bambini ad accompagnare il ritornello.

In My Room” rappresenta un’interessante incursione nei territori del pop elettronico, anche se il pezzo finisce per dare asilo a un bell’assolo puramente hard rock; ci manteniamo nel medesimo contesto con la successiva “Before I Fall”, forse un po’ più facile e mainstream, per poi cambiare decisamente registro con “Through My Eyes”, pezzo che per buona parte appare come il più metal del lotto e in occasione del quale Anders Fridén rispolvera pure il cantato sporco. La breve title track è poi davvero particolare con la sua commistione fra riffoni massicci e strofe interpretate con attitudine pop.

La sofferente ballad “Here Until Forever” sarà fonte di ispirazione per legioni di giovani gruppi metalcore americani, “Underneath My Skin” a seguire si ricollega direttamente ai brani che abbiamo ascoltato all’inizio dell’opera. “Wallflower”, oltre ad essere la canzone più lunga del carnet, è anche quella con la struttura più complessa e contorta e ci conduce per la strada più cupa alla conclusione sancita da “Save Me”, vero e proprio tripudio di sonorità digitali che si innestano su una solida base ancora inscrivibile tra i confini del rock duro.

Dopo l’abbandono di Jesper Stromblad e due album riusciti solo a metà come “Sounds Of A Playground Fading” e “Siren Charms” pare che gli In Flames abbiano finalmente trovato la quadratura del cerchio. “Battles” scontenterà ancora una volta tutti coloro che continuano a sperare in un ritorno al melodic death degli anni ’90, ma oggettivamente parlando è un platter fresco e valido. Un disco di metal moderno che ha finalmente preso una direzione chiara e che ben si presenta anche a chi fra i detrattori della band vorrà concedergli una chance.

In Flames Battles 2016

Voto recensore
7,5
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2016

Tracklist: 01. Drained 02. The End 03. Like Sand 04. The Truth 05. In My Room 06. Before I Fall 07. Through My Eyes 08. Battles 09. Here Until Forever 10. Underneath My Skin 11. Wallflower 12. Save Me
Sito Web: http://www.inflames.com/

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

8 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. andrea fanti

    io non so come si possa riuscire a non dire che ‘save me’ è una canzoncina puerile , banale e tristissima nel suo scimmiottamento del peggiore pop da classifica. Per carità, ognuno ha diritto all sue opinioni. Ma ci si chiede, ogni tanto, perché questi gruppi metal che ‘cambiano’ , si ‘evolvono’, ‘escono dai confini del genere’, lo fanno esclusivamente in direzione della vendibilità e mai in quella della maggiore complessità, della maggiore profondità, della maggiore intensità? Un’artista che si vende cessa di essere artista. Può anche produrre canzoni carine, ma non si deve lamentare se qualcuno osa fare paragoni col passato e nota le differenze. E , cortesemente, non parliamo di metal a proposito di album come questo.

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  2. Stefano Pessina

    Ma che cazzo è successo agli In Flames????
    Ma soprattutto, ci vuole un bel cervello per convertirsi al metalcore adesso che il genere sta sostanzialmente morendo (perchè i ragazzini che lo ascoltavano sono cresciuti e si sono resi conto che non c’è dietro niente)

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  3. Max

    Allora prima di dirvi le mie a riguardo faccio una doverosa premessa, sono fan sfegatato degli In Flames (tant’è che reputo non male anche Siren Charms), ma quest’album proprio non lo capisco granchè. Come batterista di professione il mio primo “orecchio” cade ovviamente sulle tracce drum e sulla qualità delle stesse. Joe Rikard non è stato molto all’altezza proponendo uno stile blando ma soprattutto è la produzione a far storcere il naso. La voglio definire una DemoDrum, cioè è palesemente una batteria troppo campionata se non addirittura interamente scritta al pc! Ci sono errori imperdonabili per una produzione del genere (0.29-0.30 Traccia In My room un passaggio di batteria che viene copiato e tagliato perchè fuori tempo). Andando oltre è una cozzaglia di generi indefinibili. Duel Guitar , misti all’elettronica, Friden mai convincente (fatta eccezione per The End e Through my eyes), stesso vale per Bjorn.
    Underneath My Skin mi stava convincendo con quel’intro alla At the Gates, ma anche qui batteria inascoltabile (e parlo soprattutto di sta drum machine). Non riesco ad ascoltare questo album, troppa attesa per niente!

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  4. alessandro

    ancora devo ascoltare l’album prima di giudicare…. però i cori… dai cazzo i bambini lasciateli all’asilo non nei cori !

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  5. jamescn

    imho, album inutile.
    concordo con andrea fanti (ti conosco? mi sa di sì…) . han scelto la strada più facile, lastricata di bimbiminkia e dei loro soldi. a breve sulla maglietta di benji e fede.
    son d’accordo anche con Ale. come detto da altri altrove, al prossimo aspettiamo il duetto con cristina.
    d’avena
    4

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  6. .Titanism.

    Comprato oggi in vinile, sono un fan degli In Flames in tutto il loro cambiamento, dagli esordi a Siren Charms. Avevo già sentito The End e The Truth e subito non mi sono piaciute, però riascoltandole più volte le ho capite. Questa cosa mi era già successa con l’intero Siren Charms, che subito non mi è piaciuto, ma ora lo adoro. Che dire, album di qualità, sound impeccabile, perfetta commistione fra commercialità e grinta, dopo gli scorsi due album un po’ titubanti.

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    • .Titanism.

      Aggiungo che pretendere che una band faccia sempre la stessa musica dopo più di venti anni è da stupidi. L’album è evidentemente non banale seppure fatto per essere orecchiabile, e l’impegno della band si sente bene. Se non sentite questo impegno probabilmente avete solo bisogno di aprire un po’ le menti, e soprattutto le orecchie!

      Reply (in reply to .Titanism.)

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