Impellitteri – Recensione: The Nature Of The Beast

Anche se probabilmente il magistrale Chris Impellitteri non ha mai raggiunto vette di popolarità anche solo lontanamente accostabili a quelle di altri celeberrimi guitar hero, il nostro rimane uno dei migliori e comunque più longevi rappresentanti della scuola di shredder supertecnici di ispirazione neoclassica che ha visto la sua esplosione negli anni ottanta. Accompagnato poi per quasi l’intera carriera da un cantante straordinario come Rob Rock, che rappresenterebbe un ulteriore valore aggiunto per qualsiasi progetto musicale, Impellitteri ha sempre consegnato ai posteri uscite di buona fattura che mai hanno deluso i fan più fedeli.

The Nature Of The Beast” non esce da questo schema, anzi si presenta come uno dei lavori meglio azzeccati dell’intera carriera della band. Se infatti lo stile musicale rimane sempre bene o male quello a cui siamo abituati, per questo album Impellitteri e soci centrano tutto quanto al meglio, presentando in primo luogo una produzione potente e nitida che ben si adatta all’heavy metal aggressivo, ma comunque fortemente melodico, di molte tracce.

Non di sola perfezione formale però si vive, per un album davvero eccellente serve anche l’ispirazione compositiva. E anche in questo senso “The Nature Of The Beast” ha parecchio da dire: l’iniziale “Hypocrisy” è, ad esempio, un ineccepibile esempio di come il riffing corposo del metal più pesante possa convivere senza problemi con linee vocali d’impatto e le tante rifiniture strumentali che la chitarra del nostro disegna, senza ovviamente dimenticare gli assoli fulminanti e velocissimi. Il classico brano da manuale, che comunque è solo uno dei tanti ottimi pezzi inclusi in scaletta.

Se prendete anche le successive “Masquerade” o “Run For Your Life” la qualità non cala. Il cliché di genere c’è tutto, ma per chi ha nel cuore certe sonorità è davvero difficile immaginare qualcosa di meglio della voce di Rob e della chitarra vibrante e gigantesca di Chris. Il riff della citata “Run For Your Life” o quello della speed “Gates Of Hell” sono impressionanti per precisione e spinta, così come per le sempre ben calibrate aggiunte armoniche e i ritornelli di presa.

Trovano spazio in scaletta anche due particolari riletture di brani già noti: la prima è una versione che non esito a definire grandiosa del tema di “Phantom Of The Opera” (il musical), qui ben rielaborato nello stile personale e iper-intricato di Impellitteri. Un’esplosione di note che rischia di provocare un vero orgasmo musicale ai fanatici dello strumento. Meno impressionante, ma comunque d’impatto è invece la cover del classico sabbathiano “Symptom Of The Universe”, forse fin troppo spogliato di gran parte dell’atmosfera lugubre tipica del quartetto di Birmingham, per diventare un solido esempio di metal americano anni ottanta. Non tutti i fan dei Black Sabbath apprezzeranno, ma anche qui in quanto a spirito power e qualità esecutiva non si scherza.

E proprio in queste due prerogative sta tutta la riuscita di un prodotto che non rivoluziona concetti e non abbatte confini, ma che ci mostra comunque il meglio possibile di una scena ancora vitale e non così superata come a volte si vorrebbe farla apparire.

Voto recensore
8
Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Hypocrisy 02. Masquerade 03. Run For Your Life 04. Phantom Of The Opera 05. Gates Of Hell 06. Wonder World 07. Man Of War 08. Symptom Of The Universe 09. Do You Think I’m Mad 10. Fire It Up 11. Kill The Beast 12. Shine On

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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