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Immolation – Recensione: Atonement

Secondo Metal Archives al mondo ci sono 20,738 band death metal attive. Un numero mica da ridere, soprattutto se pensate che si tratta di un genere che sostanzialmente è ascoltato solo nell’underground. Una premessa che serve solo a sottolineare come una band del valore degli Immolation rappresenti la punta di un iceberg che è un movimento musicale enorme e quanto sia complicato tenere costantemente una qualità tanto ineccepibile da restare al top in una scena così ricca di proposta.

Eppure sono ben poche le critiche che si possono muovere ad una band che disco dopo disco dimostra di saper restare focalizzata sulla propria proposta con una coerenza invidiabile che però non diventa mai ripetizione pedissequa di quanto fatto in precedenza.

Se infatti il disco prima mostrava in qualche modo una pizzico di ripetitività a una certa carenza di idee (pur non mancando assolutamente di qualità), questo nuovo “Atonement” torna a farci apprezzare tutta la magniloquenza di una formazione che ha fatto delle armonie funeree e delle dissonanze ossessive una vera e propria arte.

Fin dalla prima traccia, “The Distorting Light”, ci si trova completamente avvolti nell’incredibile maelstrom creato dal gruppo attraverso riff precisi, ritmiche aggressive… e la costante ricerca della giusta atmosfera. Perché il vero punto di forza degli Immolation sta proprio nel creare questo muro di suono che è solo apparentemente caotico e disarticolato, mentre in sostanza presenta una struttura quasi matematica e non rinuncia mai ad un armonia che in qualche modo rimane orecchiabile (almeno se paragonato a quanto proposta da molte altre band del genere).

Una immersione totale che arriva, quasi senza soluzione di continuità, fino alla conclusiva “Epiphany” e che rende piena giustizia al lavoro di songwriting svolto. Una tappa via l’altra si attraversa infatti una sorta di via crucis, con la band che usa soluzioni sempre diverse e un bel numero di variazioni, tale da non far mai calare la tensione globale.

Ci sono infatti canzoni come “When the Jackals Come” che dimostrano quanto i Nostri sappiano giostrarsi tra tempi medi, cambi di ritmo e dissonanze. Ma anche di insana brutalità e complessità tecnica come “Rise The Heretics” (che però si apre apre sul finale anche grazie all’introduzione di uno stacco con chitarra acustica). Che dire poi del doom oscuro di “Thrown To The Fire” che poi si risolve in un assalto ritmico a dir poco furioso? Emozionante.

Anche senza di fatto uscire più di tanto da schemi e regole del genere, ogni canzone riesce a trovare soluzione armoniche ed arrangiamenti diversi dal solito, in una sequenza che rimane quindi allo stesso tempo classicamente Immolation, ma anche in qualche modo senza termini di paragone così precisi. Un buon esempio di ciò è la cupissima “Above All”, caratterizzata da un ritmo e da un incedere del cantato quasi ritualistico, ma tutt’altro che un pezzo semplice o dallo svolgimento scontato. Simile il discorso per la citata “Epiphany”, ancora una volta ben piantata su un lavoro ritmico impressionante e capace di una dinamica ricca di potenza, ma altrettanto scorrevole.

Più gli anni passano più gli Immolation rafforzano il proprio ruolo di band guida, fondamentale e influente come poche altre per un’intera scena. Come non lodarli?

Voto recensore
8
Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. The Distorting Light 02. When The Jackals Come 03. Fostering The Divide 04. Rise The Heretics 05. Thrown To The Fire 06. Destructive Currents 07. Lower 08. Atonement 09. Above All 10. The Power Of Gods 11. Epiphany

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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