Ihsahn – Recensione: Ámr

E sono sette. Ihsahn torna in sella al suo progetto personale e regala ai propri fan un nuovo capitolo. Ancora una volta l’uomo di Notodden colpisce nel segno, e con il nuovo “Ámr“. Un viaggio in musica di uno spirito libero, deciso, coraggioso ed orgoglioso.

Il disco parte con un giro di synth quasi spettrale, cupo, è “Lend Me The Eyes Of The Millenia” che martella l’ascoltatore. Un sound che si insinua nella mente fino al cantato disperato di Ihsahn, che graffia una canzone che poi accelera, frustando fino a sanguinare l’ascoltatore. Come se una tempesta di ghiaccio vi si parasse davanti con tutta la sua forza. I pochi momenti di “pausa” sono solo dei respiri in una trama intricata e che diventa contenitore per la grande ispirazione dell’artista norvegese.

Sin dalla prima canzone infatti pare evidente la fusione messa in atto da Vegard Sverre Tveitan: gioca con la musica, sperimenta, passa limiti con la semplicità del bambino che impara a scarabocchiare su di un foglio bianco. “Lend Me…” non nasconde le scorie black tipiche del lavoro passato del nostro, ma l’intensità è diversa, matura. Creatrice. Quasi una figlia “evoluta” di certi King Crimson “Arcana Imperii” a livello di spessore delle trame musicali. Dal punto di vista delle armonie vocali ci troviamo di fronte a qualcosa di decisamente superiore alla media dei “comuni mortali”. Una canzone che miscela con passione il cantato aggressivo di Ihsahn a quello più melodico, dove il calore della melodia diventa tangibile prima di riesplodere nuovamente.

Con “Sámr” l’obbiettivo diventa ancora più ambizioso: un suono epico, melodico ed al tempo stesso debitore di un certo progressive rock moderno miscelato con una elettronica matura (chi ha detto Steven Wilson? Chi ha detto Ulver? ). Una canzone intensa, appassionata, con Vegard a condurre le danze di  una canzone perfetta nel suo essere manifesto di un artista che non ha mai smesso di crescere.

“One Less Enemy” invece spiazza l’ascoltatore, con una trama densa di chitarre che si rincorrono fino alla comparsa della voce di Ihsahn che esplode in un chorus “spaziale”. Un taglio leggermente più metal, ma non per questo una canzone “banale”. “Where You Are Lost And I Belong” riprende la scia del “prog- elettronico”, e lo fa  colpendo per la qualità delle armonizzazioni  e la profondità dell’idea musicale di Ihsahn.

“In Rites Of Passage” e “Marble Soul”: se la prima è forse quella più “tradizionale” la seconda invece sembra provenire dai peggiori incubi dell’essere umano. Un cantato lacerato, ed un coro innocente alla spalle ad accompagnare un riff  labirintico prima dell’esplosione del chorus che sembra aprire alla luce una canzone dalla tensione crescente.  Un gioco di luce ed ombra che non lascia indifferente.

Siamo alla battute conclusive e “Twin Black Angels” e “Wake”  sono tra le cose più intense scritte dal cantante, chitarrista e compositore norvegese. La prima sembra un viaggio negli anni 80, una struttura scheletrica che diventa intensa e coinvolgente nel crescendo emozionale del chorus. “Wake” è l’ultimo capitolo, e sembra quasi essere un tributo al passato black del nostro. Echi Emperor, ma aperture melodiche ancora più concrete in ritornello epico, melodico e “cupo”.
Un disco emozionante, complesso e dalle molteplici facce. Un lavoro complesso. Un serio candidato a miglior disco 2018. Siate coraggiosi.

Voto recensore
8
Etichetta: Spinefarm / Candlelight Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Lend Me The Eyes Of The Millenia 02. Arcana Imperii 03. Sámr 04. One Less Enemy 05. Where You Are Lost And I Belong 06. In Rites Of Passage 07. Marble Soul 08. Twin Black Angels 09. Wake
Sito Web: https://www.facebook.com/ihsahnmusic

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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