Non si può certo dire che il giovane shredder brasiliano Tiago Della Vega faccia di tutto per rendersi simpatico. Un disco che non arriva neanche ai trenta minuti di durata, un curriculum che insiste principalmente sulle ore di studio (anche 14 al giorno) a cui il giovane Tiago si è dedicato fin dalla più tenera età (avrà mai avuto una ragazza?), senza fare un minimo accenno a cose forse più importanti come le influenze da cui egli ha attinto per costruire il suo stile, e per finire una copia del certificato rilasciato dal Guinness dei Primati, che lo identifica come il più veloce chitarrista al mondo per una sua esecuzione del “Volo del calabrone” di Rimski – Korsakov. Fortunatamente, a questo inizio poco felice fa seguito un disco che, nonostante la durata quasi impercettibile, ha in sé alcuni elementi piuttosto interessanti.
A parte l’esecuzione del famigerato Volo, che non poteva mancare essendo, appunto, il pezzo con cui Tiago si è aggiudicato il prestigioso primato, lo stile del chitarrista brasiliano sembra oscillare fra un giovane Malmsteen (soprattutto per il fatto che il disco è interamente strumentale) e un Pat Metheny dei momenti più soft. “Hybrid” è infatti un buon titolo per rispecchiare le tipologie dei brani, dove furiose escursioni a 300 battiti di metronomo si alternano a brani molto più atmosferici, da cui emerge una vena più emotiva e ricca di pathos. Ne sono un buon esempio “Bugus”, con il suo ritmo etnico basato su un iniziale coro femminile, unica testimonianza vocale contenuta in tutto il disco, “Lost”, dove la chitarra si alterna a un frenetico ritmare di tamburi, e “Acalanto”, interessante per gli inserimenti di pianoforte e fisarmonica, che duettano piacevolmente con la chitarra. Non mancano però le ricadute nello shredding più becero, come “Caprice 24″, classica riedizione del celebre Capriccio per violino di Paganini, un altro di quei brani che un chitarrista veloce deve per forza saper suonare. Se però Tiago decidesse di intraprendere il primo percorso, quello più legato alle sonorità etniche e alle contaminazioni, probabilmente avrebbe più possibilità di distaccarsi dal marasma dei chitarristi, costruendosi uno stile proprio, con potenzialità molto più interessanti di quelle legate a un puro frullare di dita come ali sulla tastiera della propria sei corde, una strada meritevole comunque, ma ormai troppo percorsa.











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