Holy Tide – Recensione: Aquila

Gli Holy Tide sono un supergruppo, una collaborazione fra Joe Caputo (aka Giuseppe Caputo, bassista del gruppo black metal Filii Eliae), il cantante del gruppo progressive/power metal Maestrick, il batterista Michael Brush (attuale batterista dei Magic Kingdom e dei Sirenia, oltre che dei Celestial Wish e dei Merciless Terror) e Gustavo Scaranelo (chitarrista degli Higher). In poche parole, sono un supegruppo fondato a distanza da membri di gruppi che, in quasi tutti i casi, non sono riusciti a diventare professionisti di qualità, tentando di trovare un modo di comporre insieme qualcosa per scoprirne l’effetto… peccato che l’abbiano fatto inviandosi file a distanza, senza nemmeno incontrarsi in sala prove.

L’album di debutto del gruppo, “Aquila”, offre un tipo di metal classico con tracce di groove con accordatura in Re in stile Avenged Sevenfold e melodie occasionalmente orecchiabili sulla scia di Delain e i recenti Nightwish (anche a causa delle tastiere ma senza alcuna influenza neoclassica). Dopo un interludio di pianoforte digitale, “Exodus” apre le scene con progressioni semplici e di gusto hard rock in Sol minore e linee vocali mosce e poco coinvolgenti, entro i limiti di un ottava: considerando che l’album ne contiene altre dodici e che dura oltre un un’ora, non incoraggia per niente a proseguire nemmeno nel bridge con gli assoli in stile scale shred. “Chains of Enoch” comincia con un break metalcore composto da due note in croce e scale contrapposte di tastiera, “Godincidence” ha la traccia vocale più spinta, “Curse and Ecstasy” urla letteralmente Within Temptation per tutta la sua durata, “The Crack of Dawn” segue ritmiche moderate e ballabili ma ha arrangiamenti pomposi all’inverosimile che la rendono una highlight mancata, “Lord of the Armies” è un generico e corto pezzo peudo-thrash con zero melodia, “The Age of Darkness” è un generico scopiazzamento da qualche gruppo power e nemmeno le due tracce con gli sprecati guest (Don Airey in “The Shepherd’s Stone” e Tilo Wolff in “Lamentation”) sono niente di che: il resto, semplicemente, non regge neanche.

In una situazione normale, ci sarebbe del materiale decente abbastanza da considerare l’album sufficiente… “Aquila”, però, non è un album normale: 14 tracce di metal “melodico” e monotono sono troppe per chiunque, specialmente per un gruppo di questa caratura. C’è troppa roba, e la poca decente è semplicemente passabile. Gli Holy Tide, quindi, farebbero meglio a terminare qui la loro carriera o iniziarne un’altra con una pianificazione più approfondita… oppure a pensare ai propri gruppi (i Sirenia, per esempio, specialmente considerate le loro ultime prove in studio).

Etichetta: My Kingdom Music

Anno: 2019

Tracklist: 01. Creation - The Divine Design 02. Exodus 03. Chains of Enoch 04. Godincidence 05. Curse and Ecstasy 06. Eagle Eye 07. The Crack of Dawn 08. Lord of Armies 09. Sunk into the Ground 10. The Age of Darkness 11. The Shepherd's Stone 12. Lamentation 13. Return from Babylon 14. The Name of Blasphemy

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