Rush – Recensione: Hemispheres

Addentrati nel secondo ciclo della fervida ed infinita vita musicale dei Rush, troviamo questa perla che, non meno delle altre, ha fatto parlare di sé per tutto il suo splendore, per la robustezza delle idee creative sfornate dai 3 maestri e proposte con tanta agilità da far impazzire un artista. Siamo nel 1978, quando il sound della band canadese era già maturato, a due anni (ma ben 3 album) da quell’incantato “2112” che ha illuminato generazioni ed aperto la mente ad altrettanti adepti; tutto questo dopo un “A Farewall To Kings” che aveva fatto da spartiacque per il nuovo periodo in cui una produzione più evoluta illuminava un approccio costantemente prog ed “openmind”. Già all’apertura del sipario, l’operistica “Cygnus X-1 Book II Hemispheres” composta da 6 sezioni spiazza in quanto a stacchi che solo un seguace del prog riuscirebbe a comporre, ma anche ad un’interpretazione vocale eccezionale, nonostante (si sa) Geddy non nasca come cantante bensì come bassista. Il sound risulta corposo e compatto, le menti all’unisono riescono a disseminare emozioni ed i cambi di tempo, seguendo una linea comune per l’intero brano, non restano per nulla in background. Una enorme attenzione anche agli effetti (per essere il ’78 era a dir poco rivoluzionaria), capace di arricchire ancora di più le idee, sicuramente meglio “formalizzate” rispetto agli acerbi primi album.

Quanti spunti saranno poi ripresi nei decenni a seguire: gli spazzi con intermezzi di sottofondo, la traccia divisa in sezioni, le tastiere epiche…molto viene ripescato da qui proprio a conferma che per trasmettere e creare non basta dilungarsi in note/melodie inutili e pompose, ma bastano pochi concetti innovativi che rompano gli schemi e dipingano di “vecchio” tutto ciò che resta alle loro spalle.

Così dopo uno stralcio poetico di “The Spere A Kind Of Dream”, si giunge alla seconda traccia, “Circumstances”, e sembra che in quanto a materiale sia passato già un album: la tecnica di Geddy Lee fuoriesce e lo sbigottimento nell’immaginarlo alla voce ed al basso nello stesso istante non ha misura, mentre il ritornello in francese ci addolcisce il palato. C’è tutto: pathos, ansia, coraggio ed audacia, raffinatezza, pazzia e soprattutto l’abilità di sfruttare al massimo le proprie capacità (solo per pochi).

Il racconto di “The Trees” ci porta in epoche fantastiche, in una storia, quella dei Maples e degli Oaks, che si scontrano per avere la luce e che finisce per richiedere l’unione delle forze dei Maples in una sorta di “sindacato”…in pratica la fantasia (storia) che si tramuta in presente (politica), il tutto dipinto dai colori dalla musica.

E si giunge all’enorme sorpresa dell’album, “La Villa Strangiato”, strumentale di oltre 9 minuti piena di gusto (da notare le sfumature sonore in termini di volume nell’intro), suddivisa in 12 piccole sezioni, indistinguibili. Anche qui le vette raggiunte sono inestimabili, nessuna fretta nel mostrare le proprie doti ma tanta passione ed atmosfera. A metà un cambio di rotta innestato morbidamente lascia spazio a qualche assolo conturbante e forte; Alex assume le sembianze di un pittore, che dipinge delle melodie capaci di immortalare tutto ciò che Neil crea, assolutamente unico nel suo genere.

Se è vero che ogni anno è caratterizzato per qualcosa di unico, bè sappiamo cosa scrivere negli annali del ’78.

Voto recensore
9
Etichetta: Mercury

Anno: 1978

Tracklist:

01. Cygnus X-1 Book II Hemispheres

I.Prelude

II.Apollo Bringer Of Wisdom

III.Dionysus Bringer Of Love

IV.Armageddon The Battle Of Heart And Mind

V.Cygnus Bringer Of Balance

VI.The Sphere A Kind Of Dream

02. Circumstances

03. The Trees

04. La Villa Strangiato


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